Area per lo Studio della Didattica Collettiva e della Museologia dell'ISTITUTO I.S.U.
                            




ISTITUTO I.S.U.
Per un museo leggendario
data: 28.04.2008
codice di riferimento: 0804291935
autore: Jean-Philippe Pettinotto
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in galleria: "Il bacio" di Francesco Hayez

L’esperienza dell’arte non è sempre stata consapevole di sé; c’era una volta in cui non era rivendicata in quanto tale dalla persona - l’artista o lo spettatore - che la stava vivendo. Insomma il distacco critico tra un oggetto artistico e lo sguardo "appostato" su di esso non esisteva prima dell'invenzione dell’estetica. Questo concetto filosofico, nel quale dopo l’idealismo di Kant, ci si vede soprattutto l’idea del bello, ha introdotto tra un’opera d’arte ed il pensiero di quest’opera una distanza irrimediabile: quella del pensiero: del pensiero consapevole. Il museo è, nella configurazione delle nostre città, il luogo in cui si manifesta in modo palese questa rottura. Infatti, Hans Georg Gadamer spiega nel suo libro "Verità e metodo" che prima del Rinascimento i musei non c’erano perché l’esperienza dell’arte non richiedeva la mediazione del pensiero razionale. Si dipingeva sui muri, si recitava per strada, e le poesie erano cantate dappertutto. Il museo nacque quando le opere pittoriche, i quadri, diventarono mobili. Ovviamente permetteva di poter radunare, custodire, e far vedere le creazioni artistiche, ma soprattutto offriva allo spettatore un luogo e un tempo - il tempo di una visita ad esempio - per pensare l’arte, per meditare sulle sue finalità e sulle proprie caratteristiche. Insomma dall’istituzione museale nasce l’estetica.

Un museo quindi è la manifestazione più clamorosa della coscienza estetica dell’uomo. Ma nello stesso tempo è anche il segno di una perdita d’immediatezza nel rapporto con l’opera d’arte. La prossimità originaria va persa. Non dico che sia un male, anzi sono convinto che sia necessario pensare razionalmente all’arte. Però non si deve negare allo spettatore la possibilità di avere un rapporto diverso con il quadro o con la scultura esposta, un rapporto più primitivo, più diretto. I musei che non riconoscerebbero questo diritto per l’uomo di approdare l’opera come vuole, tradirebbero la loro missione, perché invece di fare scoprire un artista, un movimento culturale o un oggetto d’arte lo farebbero odiare. Per questo ci sono persone allergiche ai musei, persone che odiano i musei, perché considerano che l’istituzione impedisca loro di accostarsi all’opera come vorrebbero. Un esponente maggiore di questi “museofobi” è il poeta francese Paul Valery. Faceva, ad esempio, dei commenti del tipo: “Voglio fumare davanti ad un quadro e non posso!”, “Voglio accarezzare una statua: non posso”. Questo direi che è il gran peccato dei musei. Non possono accogliere la pluralità dei modi di percepire un'opera d’arte. Un anno fa sono andato con la mia ragazza alla pinacoteca di Brera a Milano. Volevo baciarla davanti al quadro di Francesco Hayez, il bacio. L’ho baciata ed era bellissimo. Era un mio desiderio profondo vedere questo quadro baciando la donna della mia vita. Penso che lo facciano in tanti e che ormai non dia più fastidio a nessuno. Ma se avessi dovuto rinunciare a questo allora non mi sarebbe piaciuto così tanto quel quadro! Adesso lo adoro perché oltre alla bellezza intrinseca dell’opera, una storia con questo quadro ce l’ho. Ovviamente ci sono degli atteggiamenti che nei musei vanno vietati. Ma possiamo interrogarci sul motivo dell’interdizione. Niente cellulare, niente macchine fotografiche. Ma se io voglio chiamare un mio cugino per dirgli che sto realizzando un mio sogno vedendo i girasoli di Van Gogh?

Evidentemente io penso che davanti ad un quadro di Van Gogh si debba tacere, e mi darebbe molto fastidio avere alle spalle uno così poco rispettoso, ma chi sono per negargli questo suo diritto? E’ un fatto, quindi, che guadagnando la sua autonomia con i musei, l’opera d’arte perde non la possibilità d’essere vista, anzi il museo gli dà una visibilità ampia, ma, poiché vengono ingabbiate, le sue plurali ricezioni possibili. La musealità è un concetto interessante, purché non diventi sinonimo di legittimazione della coscienza estetica da parte del potere. Un museo non deve essere un tempio. Non ci si deve ammirare niente di sacro, o meglio, la stima per un opera d’arte la dobbiamo avere noi spontaneamente. Non deve essere il risultato dell’orchestrazione di qualche direttore di museo. Una visita al museo non si programma. A Torino ho passato numerose ore alla GAM, dove trascorrevo le mie domeniche di solitudine, poi andavo anche spesso al museo del Risorgimento, perché la storia dell’Italia mi appassionava. Ebbene lì sono stato libero di costruirmi un’idea della “sacralità” nazionale e della bellezza della pittura paesaggistica piemontese senza che nessuno mi imponesse un suo punto di vista o un discorso ufficiale.

Ma questo non vuole dire che nessuno debba accompagnare lo spettatore nella sua scoperta di una opera d’arte o di un oggetto storico. Lo deve soltanto fare con cautela. Mi piacciono le guide nei musei quando sanno farci vedere i legami che abbinano noi spettatori del XXI secolo a questa o a quella opera d’arte: questo lo possono fare soltanto facendoci vedere il grido dell'artista, che assomiglia alla prima parola poetica pronunciata senza consapevolezza della propria dimensione estetica. Spesso le guide hanno delle conoscenze erudite che vanno lodate, e sanno collocare un quadro o una scultura nell’ambito della storia dell’arte e nei movimenti complessi che la costituiscono, però, a volte, si dimenticano di dirci che ogni artista crea come se l’arte non esistesse. Il pittore dipinge come se non esistesse la pittura, lo scultore come se non ci fosse la scultura. Un museo ci parla sempre dell’origine, dell’inizio. Secondo me ha una dimensione mitica, anzi leggendaria. Una leggenda cos’è? Il discorso che da significato all’immagine? Può essere. Siamo sicuri però che non possiamo cogliere altro nel quadro di Bruegel prima di sapere che s’intitola "La caduta d’Icaro"? Il museo deve farsi leggenda in modo da produrre esso stesso il significato delle proprie opere, ovvero il museo non deve più essere pensato come un contenitore d’opere, ma come il contenuto. Ci sono tanti musei che l’hanno capito già. Musei in cui si affronta per cenni il problema delle origini dell’arte, che si perdono nelle età arcaiche dell’umanità, quando il disegno, il parlare, lo scolpire assumevano funzioni rituali, spesso religiose, e quando si delinearono i primi generi narrativi: il mito, la fiaba, la leggenda. Il museo in sé costituisce lo spettacolo vero e proprio. E’ come se fosse un quadro le cui opere sarebbero la cornice, il disegno, la folla variopinta che ci si raduna.

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