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Per un museo leggendario
L’esperienza
dell’arte non è sempre stata consapevole di sé;
c’era una volta in cui non era rivendicata in quanto tale
dalla persona - l’artista o lo spettatore - che la stava
vivendo. Insomma il distacco critico tra un oggetto artistico
e lo sguardo "appostato" su di esso non esisteva
prima dell'invenzione dell’estetica. Questo concetto filosofico,
nel quale dopo l’idealismo di Kant, ci si vede soprattutto
l’idea del bello, ha introdotto tra un’opera d’arte ed
il pensiero di quest’opera una distanza irrimediabile:
quella del pensiero: del pensiero consapevole. Il museo
è, nella configurazione delle nostre città, il luogo in
cui si manifesta in modo palese questa rottura. Infatti,
Hans Georg Gadamer spiega nel suo libro "Verità e
metodo" che prima del Rinascimento i musei non c’erano
perché l’esperienza dell’arte non richiedeva la mediazione
del pensiero razionale. Si dipingeva sui muri, si recitava
per strada, e le poesie erano cantate dappertutto. Il
museo nacque quando le opere pittoriche, i quadri, diventarono
mobili. Ovviamente permetteva di poter radunare, custodire,
e far vedere le creazioni artistiche, ma soprattutto offriva
allo spettatore un luogo e un tempo - il tempo di una
visita ad esempio - per pensare l’arte, per meditare sulle
sue finalità e sulle proprie caratteristiche. Insomma
dall’istituzione museale nasce l’estetica.
Un
museo quindi è la manifestazione più clamorosa della coscienza
estetica dell’uomo. Ma nello stesso tempo è anche il segno
di una perdita d’immediatezza nel rapporto con l’opera
d’arte. La prossimità originaria va persa. Non dico che
sia un male, anzi sono convinto che sia necessario pensare
razionalmente all’arte. Però non si deve negare
allo spettatore la possibilità di avere un rapporto diverso
con il quadro o con la scultura esposta, un rapporto più
primitivo, più diretto. I musei che non riconoscerebbero
questo diritto per l’uomo di approdare l’opera come vuole,
tradirebbero la loro missione, perché invece di fare scoprire
un artista, un movimento culturale o un oggetto d’arte
lo farebbero odiare. Per questo ci sono persone allergiche
ai musei, persone che odiano i musei, perché considerano
che l’istituzione impedisca loro di accostarsi all’opera
come vorrebbero. Un esponente maggiore di questi “museofobi”
è il poeta francese Paul Valery. Faceva, ad esempio, dei
commenti del tipo: “Voglio fumare davanti ad un quadro
e non posso!”, “Voglio accarezzare una statua: non posso”.
Questo direi che è il gran peccato dei musei. Non possono
accogliere la pluralità dei modi di percepire un'opera
d’arte. Un anno fa sono andato con la mia ragazza alla
pinacoteca di Brera a Milano. Volevo baciarla davanti
al quadro di Francesco Hayez, il bacio. L’ho baciata ed
era bellissimo. Era un mio desiderio profondo vedere questo
quadro baciando la donna della mia vita. Penso che lo
facciano in tanti e che ormai non dia più fastidio a nessuno.
Ma se avessi dovuto rinunciare a questo allora non mi
sarebbe piaciuto così tanto quel quadro! Adesso
lo adoro perché oltre alla bellezza intrinseca dell’opera,
una storia con questo quadro ce l’ho. Ovviamente ci sono
degli atteggiamenti che nei musei vanno vietati. Ma possiamo
interrogarci sul motivo dell’interdizione. Niente cellulare,
niente macchine fotografiche. Ma se io voglio chiamare
un mio cugino per dirgli che sto realizzando un mio sogno
vedendo i girasoli di Van Gogh?
Evidentemente
io penso che davanti ad un quadro di Van Gogh si debba
tacere, e mi darebbe molto fastidio avere alle spalle
uno così poco rispettoso, ma chi sono per negargli
questo suo diritto? E’ un fatto, quindi, che guadagnando
la sua autonomia con i musei, l’opera d’arte perde non
la possibilità d’essere vista, anzi il museo gli dà
una visibilità ampia, ma, poiché vengono ingabbiate,
le sue plurali ricezioni possibili. La musealità è un
concetto interessante, purché non diventi sinonimo di
legittimazione della coscienza estetica da parte del potere.
Un museo non deve essere un tempio. Non ci si deve ammirare
niente di sacro, o meglio, la stima per un opera d’arte
la dobbiamo avere noi spontaneamente. Non deve essere
il risultato dell’orchestrazione di qualche direttore
di museo. Una visita al museo non si programma. A Torino
ho passato numerose ore alla GAM, dove trascorrevo le
mie domeniche di solitudine, poi andavo anche spesso al
museo del Risorgimento, perché la storia dell’Italia mi
appassionava. Ebbene lì sono stato libero di costruirmi
un’idea della “sacralità” nazionale e della bellezza della
pittura paesaggistica piemontese senza che nessuno mi
imponesse un suo punto di vista o un discorso ufficiale.
Ma
questo non vuole dire che nessuno debba accompagnare lo
spettatore nella sua scoperta di una opera d’arte o di
un oggetto storico. Lo deve soltanto fare con cautela.
Mi piacciono le guide nei musei quando sanno farci vedere
i legami che abbinano noi spettatori del XXI secolo a
questa o a quella opera d’arte: questo lo possono fare
soltanto facendoci vedere il grido dell'artista, che assomiglia
alla prima parola poetica pronunciata senza consapevolezza
della propria dimensione estetica. Spesso le guide hanno
delle conoscenze erudite che vanno lodate, e sanno collocare
un quadro o una scultura nell’ambito della storia dell’arte
e nei movimenti complessi che la costituiscono, però,
a volte, si dimenticano di dirci che ogni artista crea
come se l’arte non esistesse. Il pittore dipinge come
se non esistesse la pittura, lo scultore come se non ci
fosse la scultura. Un museo ci parla sempre dell’origine,
dell’inizio. Secondo me ha una dimensione mitica, anzi
leggendaria. Una leggenda cos’è? Il discorso che da significato
all’immagine? Può essere. Siamo sicuri però che
non possiamo cogliere altro nel quadro di Bruegel prima
di sapere che s’intitola "La caduta d’Icaro"?
Il museo deve farsi leggenda in modo da produrre esso
stesso il significato delle proprie opere, ovvero il museo
non deve più essere pensato come un contenitore d’opere,
ma come il contenuto. Ci sono tanti musei che l’hanno
capito già. Musei in cui si affronta per cenni il problema
delle origini dell’arte, che si perdono nelle età arcaiche
dell’umanità, quando il disegno, il parlare, lo scolpire
assumevano funzioni rituali, spesso religiose, e quando
si delinearono i primi generi narrativi: il mito, la fiaba,
la leggenda. Il museo in sé costituisce lo spettacolo
vero e proprio. E’ come se fosse un quadro le cui opere
sarebbero la cornice, il disegno, la folla variopinta
che ci si raduna.
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