Sovraesposizioni museali.

Di Gian Stefano Mandrino
Qualche decennio più tardi, in contesti tecnologici ben più favorevoli, malgrado tutte le attenuanti della circostanza, il comparto museale è riuscito, proprio in questi mesi di chiusura, a portarsi in sovraesposizione mediatica, colto da uno spasmo di barocchismo comunicativo, sfociato nella banalità dei social media, che tutto appiattiscono e rendono uguale, poiché non pensati per il vantaggio dei propri fruitori non paganti, ma per tutt’altra finalità d’impresa.

Sembra facile…

Ci è parso opportuno ripresentare questo nostro spazio proprio a fronte dell’intensificarsi, durante questa pandemia, della presenza dei musei sulla rete e, in particolar modo, sui social network. Moda o disperato tentativo di fidelizzare i fruitori di servizi museali? Quali sono stati i risultati e quale ricaduta si è registrata? Abbiamo iniziato a ragionare su questo fenomeno, chiedendo un primo giudizio tecnico su tali attività, a Bruno Gatti: una vita dedicata alla comunicazione visiva come operatore specializzato, regista, produttore e docente.