con Marco Silvestro

Marco Silvestro

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Chi è Marco Silvestro?

Marco Silvestro
Sono uno studente di 23 anni, nato e cresciuto a Torino. Attualmente mi trovo a Firenze per svolgere un Master di primo livello in gestione e innovazione delle attività museali presso l’Istituto per l’Arte e il Restauro di Palazzo Spinelli. Ho conseguito la laurea triennale a Torino in beni culturali, con indirizzo storico-artistico. Adesso sto affrontando la parte finale del mio percorso di specializzazione, ovvero uno stage curricolare a Firenze per la Fondazione Mus.e, una realtà no-profit incaricata di gestire e valorizzare i musei civici del Comune. Nello specifico, mi occupo del settore della mediazione culturale, che rappresenta l’interfaccia a 360 gradi tra il pubblico e il museo. Questo comparto spazia dalla ricerca ai laboratori, fino ai progetti integrati per l’infanzia e per i pubblici fragili o anziani. Il mio ruolo consiste proprio nel fare da filtro e da tramite tra il patrimonio culturale e le persone di qualsiasi provenienza o categoria.

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Cos’è la cultura e a cosa serve?

Marco Silvestro
È una domanda molto complessa a cui rispondere, ma definirei la cultura innanzitutto come una risorsa umana. È l’insieme di conoscenze di varia natura e provenienza, che generano un’identità, sia per i singoli che per i gruppi, alimentando un profondo senso di appartenenza. La cultura connette ciò che è stato prima di noi con il nostro presente. Molti tendono a identificarla semplicemente con la mera conoscenza o con l’accumulo di informazioni, ma io credo che essa si misuri anche attraverso l’intelligenza psicologica, strategica ed emotiva. È la capacità di saper gestire adeguatamente le situazioni e di sapersi collocare nel modo più corretto all’interno del sistema sociale, in tutti i suoi strati, dal nucleo familiare fino alla grande azienda.

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Cos’è un museo e qual è il suo ruolo?

Marco Silvestro
Più che un ente, il museo può essere definito come uno spazio all’interno del quale vengono conservate informazioni sotto forma di oggetti, grafici, elementi sonori e testimonianze. Al tempo stesso, è un luogo in cui si fa ricerca: una vera e propria cassaforte di conoscenza aperta a ricercatori, scienziati, studiosi e persone comuni. Il suo ruolo fondamentale è garantire che queste informazioni vengano conservate adeguatamente per poter attraversare gli anni, i decenni e i secoli. In questo modo, il patrimonio si trasforma in una struttura di potenziale fruibile dal maggior numero possibile di persone, costituendo un valore identitario imprescindibile per la città, il territorio e lo Stato che lo ospita.

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Cosa significa lavorare e che posto occupa nella configurazione della sua esistenza?

Marco Silvestro
Nel contesto contemporaneo non è una risposta facile. Credo che il lavoro sia un elemento fondamentale per l’individuo, in quanto costituisce il fattore cardine che dona dignità e libertà alle persone. Il lavoro dovrebbe appagare l’essere umano, permettendogli di esprimere il proprio potenziale, le proprie conoscenze e la propria capacità di costruire qualcosa che abbia uno scopo utile all’interno della società. Per quanto riguarda l’ambito museale, pur non essendo io ancora un lavoratore a tutti gli effetti, ma un tirocinante, penso che la figura del mediatore culturale non debba concepire la propria attività nel senso tradizionale del termine, bensì come una missione. Deve considerarsi un ponte tra qualcosa di più grande di lui, una collezione, un reperto, un oggetto di valore civile, e tutto ciò che vive al di fuori dello scrigno magico del museo: la società, le persone e i singoli individui che desiderano fare proprio quel valore per accrescersi come esseri umani. Aspiro a essere una persona che vive il museo, l’arte e la cultura come strumenti per generare benessere negli altri, partendo dal presupposto che una buona gestione dei luoghi di cultura sia fondamentale per il benessere collettivo.

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Come è nata la vocazione a lavorare nel settore del patrimonio culturale e come si immaginava, prima dell’iter di studi, un lavoro in tale settore?

Marco Silvestro
Questo percorso è il risultato di una chiara evoluzione personale avvenuta negli anni. Fin da bambino sono sempre stato fortemente attratto dall’arte come forma di espressione, dal disegno alla musica, e ho sempre dato la priorità a queste modalità comunicative. Ho compreso precocemente che in quest’area riuscivo a esprimere le mie qualità migliori, come se si trattasse di una specifica formattazione cerebrale. Durante la preadolescenza ho assecondato questa attitudine orientando i miei studi verso il liceo artistico, coltivando la passione per la storia dell’arte. Successivamente, la scelta della facoltà di Beni Culturali è stata la naturale conseguenza del desiderio di acquisire strumenti metodologici ulteriori per comprendere il patrimonio a livello storico, nozionistico e gestionale. Tuttavia, dopo l’esperienza universitaria, ho avvertito un eccessivo sbilanciamento teorico e una scarsa applicazione pratica sul campo rispetto alle reali procedure del settore nell’ateneo italiano. Per questa ragione ho scelto il master a Firenze: volevo entrare concretamente nelle dinamiche interne dei musei, comprendendoli non solo come istituti di cultura, ma anche come aziende che possiedono un fatturato, procedure interne, dipendenti e precisi obblighi nell’offrire un servizio di avvicinamento al patrimonio per l’utenza.

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Il sistema scolastico fornisce le corrette informazioni su come introdursi professionalmente nel settore della cultura, o occorre muoversi in autonomia?

Marco Silvestro
Il sistema scolastico non fornisce questo tipo di orientamento. Nel mio percorso, il liceo artistico mi ha dato ottime basi nozionistiche e concettuali. Grazie ad alcuni docenti ho potuto partecipare a progetti interni molto interessanti a Torino, anche in collaborazione con l’Associazione Nazionale Partigiani Italiani (ANPI), ma si trattava di attività endogene alla scuola che non offrivano una reale connessione o una conoscenza effettiva del mercato del lavoro e del campo professionale esterno. Sotto il profilo dell’inserimento nel settore, la scuola non mi ha fornito alcun collegamento concreto.

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Come viene percepita la scelta di operare in questo settore all’interno della cerchia relazionale e familiare?

Marco Silvestro
Su questo aspetto sono stato molto fortunato, poiché i miei genitori mi hanno sempre sostenuto e hanno compreso la mia attitudine. Pur non essendo stato, durante l’adolescenza, uno studente particolarmente dedito ai libri, aspetto in cui sono migliorato col tempo comprendendone l’importanza, la mia famiglia ha colto l’impegno profuso nella mia vocazione. Mia madre, in particolare, è stata la prima a spingermi verso la decisione di trasferirmi da Torino a Firenze per frequentare il master. Si è trattato di una scelta che ha comportato sacrifici economici non indifferenti, fortemente voluti dalla mia famiglia per dare una base solida al mio futuro. Ne sono molto orgoglioso, perché non è affatto scontato trovare un nucleo familiare che comprenda e valorizzi queste inclinazioni.

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Ci sono stati personaggi o modelli di riferimento che hanno ispirato la scelta di intraprendere questa carriera?

Marco Silvestro
La divulgazione culturale e scientifica mi ha sempre interessato molto. Certamente la famiglia Angela mi ha sempre trasmesso stimoli molto positivi; trovo che quel modello di trasmissione della cultura sia di grandissima utilità per i giovani. Tuttavia, più che un singolo personaggio di riferimento, la mia principale fonte di ispirazione è stata la possibilità, offerta dalla mia famiglia, di viaggiare molto, sia in Italia che all’estero, vivendo direttamente l’esperienza dei musei e l’avvicinamento al patrimonio in concomitanza con gli studi scolastici.

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Quali sono gli aspetti critici riscontrati nell’iter di preparazione universitario e post-universitario?

Marco Silvestro
A mio avviso, il limite principale della preparazione universitaria italiana risiede nella scarsa flessibilità concessa allo studente all’interno dei piani accademici, a causa di imposizioni strutturali troppo stringenti. È corretto che vi sia un’ossatura fondamentale legata all’indirizzo scelto (come gli esami di storia dell’arte per il percorso storico-artistico), ma andrebbero distinti meglio i livelli di difficoltà e di approccio alla materia. Non è funzionale sottoporre uno studente di 19 anni, appena entrato all’università, a esami d’impatto immenso come storia dell’arte medievale trattati in modalità esclusivamente nozionistica e maniacale. Il Medioevo copre un millennio di produzione artistica europea; affrontarlo subito attraverso un mero elenco di nomi, date e nozioni genera enormi difficoltà e rischia di allontanare lo studente. Se la disciplina venisse affrontata anche attraverso una chiave emotiva, psicologica e spirituale, l’allievo sarebbe incentivato a concepirla come un percorso coinvolgente e non come una sterile catalogazione. L’errore risiede proprio nel focalizzarsi troppo sul singolo dato isolato.

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Quali sono, invece, gli aspetti positivi riscontrati nel percorso accademico?

Marco Silvestro
L’aspetto più positivo è stato l’ampia differenziazione delle discipline offerte. Nei tre anni di corso ho avuto l’opportunità di confrontarmi con materie distanti tra loro ma fondamentali per chi opera nella cultura, ricevendo un’infarinatura essenziale in settori quali il diritto amministrativo, il diritto dei beni culturali, la paleografia, la bibliografia e l’archeologia.

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Ora che è prossimo al traguardo, può descriverci se ciò che si configurava come iter di formazione e di accesso alla professione, corrisponde alla realtà che sta vivendo e che la sta attendendo? Quali sono gli aspetti che limitano, che ostacolano, che fanno ostruzione all’accesso al lavoro nell’ambito del patrimonio culturale? Senza scomodare criteri di difficile definizione come la meritocrazia, esistono sistemi in grado di cogliere potenzialità, idee e progettualità innovative e vantaggiose anche dalle nuove risorse umane, che si affacciano al settore?

Marco Silvestro
Prima di affacciarmi al mondo del lavoro reale, non credo di aver mai avuto un’idea concreta di cosa significasse operare nella cultura, anche perché il percorso accademico non era finalizzato a un obiettivo immediato. Giunto a questo punto, mi rendo conto che le nozioni apprese non sono sufficienti. La realtà professionale all’interno di una struttura culturale non viene minimamente presentata durante il percorso di studi universitari, ed è questo il motivo per cui molti laureati si trovano costretti a proseguire con ulteriori anni di magistrale o master, per comprendere l’effettivo funzionamento del settore. Esiste una distanza netta tra la teoria accademica e la pratica. La museologia universitaria si concentra su grandi teorie e informazioni superficiali non contestualizzate. Di conseguenza, gli studenti faticano a comprendere nel concreto le complesse dinamiche politiche ed economiche sottese all’organizzazione di una mostra, alla movimentazione delle opere d’arte, ai regimi di possesso dei beni e al ruolo civile e sociale che i musei rivestono come istituzioni dello Stato o degli enti locali. L’università offre pochissimi strumenti pratici in tal senso; nel mio caso, l’esperienza del master è stata fondamentale per interfacciarsi con esperti e professionisti del settore, permettendomi di comprendere realmente questo tessuto.

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Esiste un “mercato” del lavoro nell’ambito in oggetto? Quali sono le dinamiche, che al momento l’hanno interessata e di cui è al corrente? Quali posizioni professionali operano nell’ambito della gestione del patrimonio culturale e quali sono quelle che ambirebbe ricoprire? Sente di conoscere appieno tutte le figure professionali e le loro interazioni nell’ambito della gestione del patrimonio culturale? Si sente preparato ad affrontare l’impegno professionale?

Marco Silvestro
La stratificazione professionale all’interno del patrimonio culturale è enorme. In Italia, i beni culturali possiedono una forte valenza identitaria, il che comporta una costante vigilanza e un controllo dall’alto da parte di molteplici istituti ed enti. Questo determina una complessa limitazione in termini di libertà decisionale, di movimento e di gestione economico-finanziaria. Attraverso lo stage nella fondazione partecipata del Comune di Firenze, ho scoperto l’immenso lavoro di background che rimane invisibile al pubblico: ricerca bibliografica, attività archivistica, studi di sostenibilità finanziaria e gestione delle risorse. Sono dinamiche che gli istituti scolastici non insegnano e che si apprendono solo sul campo. Se mi sento pronto ad affrontare questo mercato? Non del tutto. Sento la necessità di fare ulteriori esperienze operative, poiché i meccanismi di inserimento non sono ancora pienamente chiari.

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Come viene percepito lo status professionale di chi opera nella cultura all’interno della società contemporanea?

Marco Silvestro
Riscontro quotidianamente un’enorme ignoranza generale in merito alle specializzazioni di questo settore. Nella percezione comune, quasi nessuno sa cosa faccia concretamente un mediatore culturale, un direttore di museo o un critico d’arte. Ritengo che la narrazione mediatica e televisiva sia estremamente lacunosa. Sebbene i documentari sul patrimonio artistico siano frequenti e diffusi, la maggior parte delle persone non approfondisce la conoscenza di queste professioni, reputandole distanti, prive di utilità pratica o, al contrario, eccessivamente elementari rispetto ad altri mestieri tradizionali. Persino i parenti di una certa età manifestano diffidenza o incomprensione verso queste scelte, poiché la società è radicata nell’idea che il vero lavoro sia quello d’ufficio, di fabbrica, di negozio o legato alla progettazione ingegneristica e matematica, mentre il museo viene percepito esclusivamente come uno spazio di svago temporaneo.

È una visione culturale complessa da sradicare in Italia. All’estero la percezione è differente, ma nel nostro Paese c’è ancora moltissimo da fare per far comprendere la complessità di queste figure, le quali richiedono un’intersecazione profonda di discipline e anni di studio. La stessa figura del mediatore culturale viene costantemente banalizzata, nonostante l’elevata complessità della sua formazione.

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In quali tempi e a quali condizioni ritiene sia possibile raggiungere la piena autonomia economica, operando in questo settore?

Marco Silvestro
Considerando l’attuale contesto storico, la contrazione del potere d’acquisto degli stipendi e l’aumento generale dei costi, ritengo che per raggiungere una reale serenità economica potrebbe essere necessario almeno un decennio a partire da adesso, collocando questa soglia intorno ai 33-35 anni. Interfacciandomi con i colleghi del settore, riscontro che le retribuzioni destinate alle figure d’ingresso sono estremamente basse, al punto da richiedere spesso un secondo impiego. Questa necessità collide purtroppo con l’elevata quantità di ore richieste dall’attività sul campo e dal costante studio autonomo che un mediatore culturale deve sostenere quotidianamente per mantenere aggiornate le proprie competenze. Non vi è un’adeguata remunerazione rispetto alla complessità e alla delicatezza di questa professione.

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Che significato attribuisce al termine carriera nell’ambito del suo percorso professionale?

Marco Silvestro
Considero il termine carriera come un sinonimo di percorso ed evoluzione, rifiutando una visione strettamente economica o meramente pragmatica del concetto. Per me, la carriera rappresenta uno sviluppo costante attraverso tappe di crescita personali, conoscitive e di consapevolezza, che mi condurranno progressivamente a ricoprire ruoli di maggiore responsabilità. La vita è una strada in salita verso un obiettivo alto che permetta la piena soddisfazione di sé. Al tempo stesso, riconosco che la definizione è fortemente soggettiva: carriera può anche significare svolgere il medesimo lavoro per quarant’anni con dedizione e costanza, senza che questo ne sminuisca il valore.

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È possibile fare impresa nel settore del patrimonio culturale in Italia?

Marco Silvestro
Nel contesto italiano ritengo sia molto difficile, poiché manca la reale volontà di connettere la gestione del patrimonio con competenze ed enti esterni per elevarne il livello e avvicinarlo ai linguaggi tecnologici contemporanei utilizzati dal pubblico. Le istituzioni non si rendono pienamente conto della velocità con cui si muove il mondo digitale rispetto alla staticità dell’approccio analogico applicato ai beni culturali. Sarebbe invece fondamentale sviluppare una seria considerazione aziendale e associativa di questo comparto; l’integrazione con le nuove tecnologie potrebbe dare vita a progetti di grandissimo interesse, capaci di semplificare i processi e generare nuove opportunità professionali.

Network Museum
Il sistema universitario e i soggetti istituzionali accompagnano adeguatamente i profili specializzati nell’accesso al mercato del lavoro?

Marco Silvestro
Per quanto a mia conoscenza, la risposta è assolutamente negativa. Quello della cultura è uno dei settori più complessi in Italia sotto il profilo dell’inserimento professionale. L’accesso avviene quasi esclusivamente per iniziativa spontanea del singolo, il quale deve investire ingenti risorse economiche e temporali per inanellare percorsi accademici, master, specializzazioni e tirocini nella speranza di un inserimento, poiché i canali di chiamata istituzionali sono rarissimi. Le università non forniscono dati statistici trasparenti o indici di probabilità occupazionale al momento dell’iscrizione; non si parla in modo cosciente e serio del mondo del lavoro esterno al di fuori della bolla accademica.

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Esistono forme di finanziamento o agevolazioni bancarie strutturate per sostenere gli studenti nei percorsi di specializzazione ad alto costo?

Marco Silvestro
Sulla carta esistono sistemi di finanziamento per merito, erogati da alcuni istituti bancari agli studenti con risultati accademici eccellenti. Si tratta di prestiti d’onore che possono raggiungere cifre importanti, dai 30 ai 50 mila euro, con piani di restituzione molto dilazionati, anche su base trentennale. Esistono teoricamente anche linee di credito per importi minori destinate a studenti che non rientrano in tali parametri di merito, ma nella mia esperienza pratica queste opportunità si sono rivelate inaccessibili. Ho presentato richieste formali per mesi, per poter sostenere i costi del trasferimento e del master a Firenze, considerandolo un investimento fondamentale su me stesso, ma i requisiti di accesso non sono stati considerati soddisfacenti dagli istituti bancari, costringendomi a ricorrere a canali privati. Questo rappresenta un limite enorme che frena moltissimi studenti di alto livello, privandoli della possibilità di compiere esperienze qualificanti e disperdendo risorse intellettuali eccellenti a causa dei costi vivi della formazione.

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Come immagina la sua vita e l’evoluzione del mondo dei musei tra dieci anni?

Marco Silvestro
A 33 anni spero di aver raggiunto una solidità lavorativa e una serenità che mi permettano di vivere una vita normale e di guardare al futuro con tranquillità. A livello personale, spero vivamente di essere riuscito a creare una mia famiglia e mi piacerebbe molto essere padre, poiché ritengo sia una scelta in grado di conferire un ulteriore, profondo significato all’esistenza. Spero di continuare a operare in questo settore, perché considero la mia missione esistenziale l’aiutare le persone attraverso la trasmissione della cultura, l’insegnamento ai bambini o la valorizzazione del museo in chiave positiva. Per quanto riguarda l’istituzione museale, temo che in un decennio cambieranno pochissime cose, poiché i tempi di movimento della cultura italiana sono estremamente lenti. Esiste il rischio di un disastro generazionale qualora le posizioni di vertice venissero occupate da una generazione segnata da una diffusa ignoranza di fondo. Tuttavia, spero fermamente nel rovescio della medaglia: che i musei possano trasformarsi in reali luoghi di inclusione e in risorse di benessere collettivo. L’obiettivo autentico del patrimonio deve essere l’aiuto agli esseri umani, in particolare a chi soffre, a chi presenta patologie fisiche o psicologiche e ai pubblici fragili, permettendo a chiunque di trarre beneficio dal contatto con la bellezza. Auspico che i musei riescano a distanziarsi dalle logiche commerciali e dalle lobby del profitto in cui sono inseriti oggi, dove l’unico indicatore sembra essere il raggiungimento di milioni di visitatori annui, per investire nella diffusione della conoscenza delle realtà minori e nascoste, stimolando le persone ad andare oltre la superficie e a scoprire il valore profondo della cultura.

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