La terza via


di Gian Stefano Mandrino

L’altra sera la programmazione di un’emittente nazionale ha proposto all’intero Paese un confronto tra l’attuale Presidente del Consiglio dei Ministri ed un Eminente Costituzionalista. L’argomento del dibattito: la riforma della Costituzione Italiana, prossimo quesito referendario.

Mi ricordo che a scuola ero sovente, se non quasi sempre, attratto da aspetti non direttamente collegati all’argomento trattato dalla mia insegnante, con il risultato di non capire nulla su quanto spiegato in aula. Acquisivo, invece, una serie di dati assolutamente lontani dalla ratio didattica, che, inoltre, contribuivano a quella mia rappresentazione della vita, che avrebbe fatto di me, da lì a qualche anno, un disadattato, un reduce, un vero e proprio reietto del vostro consorzio umano. Pertanto, perpetrando il fatidico trascinarsi della mia tara, non indugerò sui contenuti specialistici espressi dalle parti presenti durante il citato dibattito, le cui ragioni, sono certo, saranno sfuggite alla maggior parte dei volenterosi telespettatori, sottopostisi con abnegazione a tale occasione di espiazione, ma tratterò del risultato, o meglio, dell’ennesima mancata occasione “di quel tentativo risorgimentale” di creare degli Italiani.

Il dibattito sul referendum costituzionale, trasmesso dall’emittente LA7.

Lo spettacolo offerto è la dimostrazione che il nostro Paese, in cui non vige uno stato di diritto, ma il blasone, ereditato da una civiltà padrona del mondo (il che mi lusinga ancora meno), si è ridotto a mero strumento di affermazione di interessi, sempre più particolari e di fazione, di alcuni su altri, dove espressioni come progresso, bene comune, democrazia, cultura, solidarietà, assumono la stessa funzione di un collutorio, utile per sciacquarsi il cavo orale in occasioni dell’agone elettorale (ovvero, in questo Paese, sempre), per poi essere sputato via dai faziosi oratori una volta insediati sull’ambito seggio (attenzione, oramai siamo agli “insediati” e non più agli “eletti”). Il concetto di diritto era, quella sera ed in questo Paese, così assente, da non sapere neppure come poter parlarne. Le parti sono state incapaci di cogliere l’invito ad un dialettica costruttiva e, dimostrandosi ottuse e miopi, hanno recato offesa ai cittadini, convinti di essere i detentori di un nulla da elargire a soggetti privi di qualsiasi capacità cerebrale atta ad un giudizio o anche solo ad un pensiero. La stessa conduzione del dibattito nulla è servita a rendere “utile” quel pomposo spreco di fiato. La cosa più preoccupante è che, se certi soggetti sono stati “autorizzati” dalla società ad esercitare determinate funzioni, si sta avverando la triste circostanza di chi sta raccogliendo ciò che ha seminato.

La politica, come forse l’avrebbe intesa mio nonno, compagno di scuola di Sandro Pertini, è una attività svolta a favore di una collettività, per coglierne ed attuarne la volontà, possibilmente mai imposta da alcuni su altri, ma colta attraverso una dialettica pacifica e costruttiva. Ciò è molto lontano da quello che ora potremmo solo etichettare come “lotta tra i cittadini, organizzati in fazioni” (sempre più nuove, giovani ed alternative), per ottenere potere, vantaggi e controllo sul destino dei propri simili”. 

La politica è la cultura del coesistere e come tale non si può imporre, vendere o comprare, la si deve, innanzi tutto “capire”. Nel confronto televisivo tra tali “notabili” la “comprensione”, in ogni sua forma, è stata la grande assente.

La politica, così come la cultura, per analogia con la definizione data da Infogestione, è la condivisione di strategie di sopravvivenza, ma, a differenza della cultura, che “dovrebbe” procedere in accordo con metodi, che esprimano oggettività, essa si articola attraverso requisiti e modalità, decisi o imposti con un atto aprioristico da una fazione detentrice di una situazione decisionale. Se per pura combinazione, o meglio, per saggezza appresa attraverso olio di ricino, deportazioni, privazioni e violenze, tale parte è riuscita ad esprimere concetti come tolleranza, equità, rispetto delle minoranze, servizio e non potere, condivisione e giustizia, quale risultato dell’ascolto di tutti, anche se da vincitori, non ritengo sia intelligente rinunciare a tale faticosa attitudine, senza la quale ogni tentativo di dialogo, e quindi di esaltazione delle diverse singolarità e delle dignità dalle stesse espresse, è vano.

Se si continua, con slogan o con affabulazioni, a presentare ostinatamente solo il proprio punto di vista, rinunciando a quella conquista che è l’ascolto rispettoso dell’altro, si perderà ancora una volta la terza via, così come si sta dimenticando, ammesso di averlo mai compreso, che la cultura è condivisione e non può essere imposizione, che non è uno slogan, ma è innanzi tutto ricerca, ascolto, interpretazione e rispettosa condivisione.

Da anni, noi di Infogestione, stiamo registrando questo imbarbarimento, anche, purtroppo, nel settore culturale, inteso nella sua generalità. Per la sezione “Musei, vizi e virtù”, nell’aggiornamento corrente di questo sito, abbiamo proposto, quasi per tragica fatalità, un malcostume di gestione museale, che affonda le proprie radici nella incapacità o nella mancata volontà (e peggio se presenti entrambi i casi) di comunicare, difficile attività, che prevede requisiti quali: umiltà, onestà intellettuale, desiderio di riconoscere all’altro il diritto di fruizione del bene culturale (che appartiene a tutti anche se privato), della sua comprensione e della possibilità di espressione critica e creativa a questo collegate.Se la politica e l’amministrazione del destino pubblico sono ciò a cui ho assistito quella sera di inizio d’autunno (facendo finta che le millanta storie di abusi ed incapacità di questa Nazione non esistano), l’unica cosa che penso possa essere certa è la prossimità dell’inverno, non solo quello stagionale, ma della dignità dell’essere cittadino, ormai suddito di caste ignoranti e cinicamente prive di valori, incapaci di innescare quel processo dialettico fondamentale per la sopravvivenza della nostra specie, oltre che della nostra limitata collettività, ovvero di quell’oscura cosa, scomoda, ingombrante, difficile ed impegnativa, che rende l’umanità consapevole, senza trucchi e senza inganni, della condizione e del destino di ognuno e di tutti: la cultura.


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Titolo: “La terza via”
Sezione: “La copertina”
Autore: Gian Stefano Mandrino
Codice: INET1610021600MANa1
Ultimo aggiornamento: 03/10/2016
Pubblicazione in rete:
2° edizione, 03/10/2016
3° edizione, 28/11/2018

Fonte contenuti e proprietà intellettuale: INFOGESTIONE s.a.s
Fonte immagine:  
http://www.hamburger-kunsthalle.de/en/nineteenth-century
“Viandante sul mare di nebbia” 
(Der Wanderer über dem Nebelmeer)
Caspar David Friedrich
olio su tela – 98,4×74,8 cm 
Hamburger Kunsthalle, Hamburg (D)
Fonte video e contenuti multimediali:  
https://www.youtube.com/watch?time_continue=5&v=ztCCpyBsNCU
Il dibattito sul referendum costituzionale,
trasmesso dall’emittente LA7

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