Musei e professioni

ARCHEOLOGIA
PROFONDA
Uno dei punti deboli del modo di vivere del consorzio umano sta nella estrema difficoltà di comprendere i tempi, nell’anticiparli, nel farsi trovare preparati nei confronti di eventi, che, sovente, noi stessi provochiamo. Eppure la nostra specie ha inventato nei millenni varie attività che, se solo fossero prese un poco sul serio, potrebbero aiutarci a comprendere molte cose dell’esistenza di tutti e di ciascuno. Alcune di queste sono diventate addirittura professioni, ragione d’essere di questa nostra sezione. Questa è la volta di chi scava nel mare, per contribuire al racconto delle ragioni del nostro esistere: l’archeologia navale.
Ad alcuni è già successo, a molti succederà, come ogni anno, come un rito, come il ritrovare un amico, un parente. Per molti sarà un come tornare a casa, per altrettanti, che vi convivono, la conferma che è difficile vivere senza di lui, se si è nati con la sua voce nelle orecchie ed i suoi riflessi negli occhi. Alcuni, quelli con “quella faccia un po’ così”, lo visiteranno come si va a trovare un caro all’ospedale, altri lo trasformeranno in carnevale, in una immensa sala giochi, i più in un immenso lettone di mamma e papà, lasciandosi accarezzare dai raggi di un sole complice ed ammiccante. È il mare: che come il poeta astigiano racconta, “è scuro, si muove anche di notte e non sta fermo mai”.
Cogliamo l’occasione per porgere un invito a tutti coloro che partiranno per tale dolcissimo pellegrinaggio: tra le fragranze degli olii abbronzanti e quelli delle fritture di pesce, tra i singhiozzi di un moccioso e l’isterismo di una madre, che dalla battigia non sa come portare il pargolo fuori dall’abbraccio di Nettuno, tra l’immancabile pallonata sulla testa ed il pestone sul globoso ventre abbondonato sull’arenile come un tricheco esausto, provate a pensare, in realtà, a dove stiate entrando, mentre trattenete il respiro non si sa bene se per causa del fresco dello strano elemento o per colpa delle pietre appuntite del suo fondale.
Se la mitologia di quelli che lo guardavano, seppur con rispetto, diritto negli occhi, gli aveva attribuito il dominio di un dio, è segno che fin dall’antichità, ciò che sembra una massa desertica ed “idroforme” in realtà cela e conserva, oltre al pullulare di vita acquatica di ogni tipo, anche ricordi e tempi di epoche lontane. Lì c’è, se ci pensate bene, una copia della vita, forse anche della nostra esistenza, quando ci fermiamo a raccontargli, magari con i nostri dialetti, dei nostri sogni e dei nostri guai.
Come per Nettuno a questo pianeta nel pianeta, a questa grande memoria delle gesta, più o meno nobili, del consorzio umano, la nostra collettività ha riservato, nei secoli, moltissime figure
professionali e non: biologi, geologi, fisici, ingegneri, antropologi, geografi, pescatori, palombari, sommergibilisti, pirati e malfattori di vario genere, animali strani e marinai comuni, nobili naviganti, mercenari, mercanti, santi, poeti e …qualche archeologo.
L’archeologia, forse più di ogni altra disciplina della conoscenza, è quella che incarna maggiormente il significato del ruolo della cultura. Quando meno te lo aspetti, come molte spezie, è utile, quasi indispensabile, la sua presenza: per costruire una metropolitana, per capire realmente come raccontare gli accadimenti del tempo, ma, soprattutto, per rendere il remoto prossimo e la prossimità un qualcosa che arriva da lontano. Ci racconta, e questo è straordinario, che tutto è da sempre, che passato, presente e futuro sono delle dilatazioni del nostro pensiero, degli artifizi attraverso i quali cerchiamo di non smarrire la nostra piccola esistenza in quell’altro mare fatto di tanti come noi, prima di noi e dopo di noi.
In particolare l’archeologia navale racconta del rapporto tra la nostra specie e quell’universo sommerso e sornione, che non sta fermo mai, ma che molto, se non tutto, sa di noi.
Allora, prima di lasciarvi abbracciare dalle acque di quel gigante amico e vitalizzante, pensate a quel museo sommerso, che si accinge, con tanta pazienza, a sopportarvi ed a sostenervi. Pensate a quel “no” che state per dire a vostro figlio, perché muore dalla voglia di trascorrere la vita a leggere i ricordi sommersi. Per una volta, anche solo per poco, pensate a vivere come chi non è schiavo del tempo, della fretta e dell’ignoranza, ma ricco di curiosità, di stupore, di desiderio conoscenza.
Di queste cose, che per molti sono sogni da disoccupati e per altri realtà concretissime, attraverso le quali si può vivere e prosperare, ragioneremo con Lucia Foderà, archeologa navale, nuova ospite di questa nostra sezione dedicata alle figure professionali dell’ambito museale.
Lucia Foderà

Nata nel 1995, ha seguito la sua vocazione studiando Archeologia alla Sapienza di Roma, dove ha conseguito con lode sia la laurea triennale in Scienze Archeologiche che quella magistrale in Archeologia Classica.
Dal 2016 si dedica all’Archeologia Navale, un ambito che l’ha portata ad ottenere diversi brevetti e specializzazioni subacquee. Il suo percorso accademico e professionale l’ha vista protagonista in numerose iniziative di ricerca e conservazione, tra cui una borsa di studio presso il Settore Archivio Storico dell’Università di Roma. Nel 2019 ha visto il suo inserimento tra i migliori 400 laureati della Sapienza.
Nel 2020, il Centro Studi Criminologici di Viterbo e l’Osservatorio Internazionale Archeomafie le hanno assegnato una borsa di studio in memoria di Fabio Maniscalco, archeologo ed ufficiale dell’Esercito Italiano, per la tutela del patrimonio culturale terrestre e subacqueo.
Ha collaborato con la Marina Militare per la protezione dei relitti saccheggiati nel Mar Tirreno, dopo aver conseguito un Master in Archeologia Giudiziaria nel 2021. Due anni dopo, ha completato, con lode, il Master in Gestione dei Beni Culturali, focalizzandosi sulla valorizzazione dei Musei Navali nazionali ed internazionali.
Oggi lavora a Roma come Archeologa di I fascia e Consulente Scientifico, impegnata nell’Archeologia Preventiva nei cantieri Acea della Capitale e della sua provincia. A giugno 2025 assumerà la guida dell’Archeoclub d’Italia per la nuova sede di Roma, continuando il suo impegno scientifico e culturale
L’intervista
Network Museum – Chi è Lucia Foderà?

in una libera interpretazione artistica
a cura di Network Museum
Lucia Foderà – È una giovane ricercatrice ed archeologa, attenta ai cambiamenti ed ai bisogni della società. Ho sempre avuto una buona memoria, anche perché nella mia vita ho sempre studiato cose nuove e diverse; il mio motto infatti è: “Bisogna sempre formarsi per non fermarsi”. Sono una persona che ama lavorare in squadra e, affinché questa funzioni, cerco sempre di trovare un meccanismo semplice ma efficace per non creare squilibri. Mi occupo con passione ed ostinazione di Archeologia Navale dal 2016, una disciplina ancora troppo spesso subordinata all’archeologia tradizionale. Né le Università né i vari Ministeri preposti alla tutela dei beni culturali, hanno mai saputo riconoscere alla disciplina quella dignità e quell’autonomia assegnatale da molti altri paesi. Credo fermamente nella legalità e nell’ostinazione, quasi viscerale, di salvaguardare il nostro Patrimonio Culturale, soprattutto in un momento storico molto delicato come questo, dove regnano incontrastate guerre, uccisioni e violenze. La mia fonte di ispirazione quotidiana è l’archeologo e ufficiale dell’Esercito Italiano, Fabio Maniscalco, uomo forte, coraggioso e granitico nella protezione del patrimonio culturale nei contesti di guerra. Per lui il lavoro da archeologo era una missione per preservare la bellezza universale, a discapito anche della sua stessa vita. Morirà infatti a 43 anni nel 2008 per l’esposizione all’uranio impoverito. Quando a 24 anni, dalle mani della vedova di Fabio Maniscalco, Mariarosaria Ruggiero, ho ricevuto la borsa di studio intitolata al marito, in collaborazione con il Centro Internazionale Archeomafie, ho capito che il mio percorso accademico si sarebbe dovuto svolgere verso un unico scopo: la tutela dei relitti saccheggiati nel Mar Tirreno; progetto che porto avanti dal 2021 con la Marina Militare. Come futuro Presidente Archeoclub d’Italia per la nuova sede di Roma, vorrei intitolare proprio la suddetta sede, alla memoria di questo grande uomo, dimenticato dalla società e dai professionisti del settore.
Network Museum – Cos’è la cultura ed a cosa serve?
Lucia Foderà – La cultura è libertà, è civiltà, è civilizzazione. L’Unesco la definisce come l’insieme degli aspetti spirituali, materiali, intellettuali ed emozionali unici nel loro genere che contraddistinguono una società. Definisce il modo in cui ci relazioniamo con gli altri. È uno dei pochi sostantivi femminili a cui non può essere applicato un limite temporale, poiché eterna. La cultura serve per creare ponti, legami, dialoghi, relazioni fra i popoli. Una cultura nel 2025 più aperta, dinamica, democratica, fonte inesauribile di valori e conoscenza. Fondamentali sono i Musei, come strumenti e luoghi della cultura, sempre più a servizio della collettività.

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Network Museum – Cos’è un museo ed a cosa serve?
Lucia Foderà – Museo inteso come culla delle memorie del passato, come raccoglitore di frammenti di un tempo ormai perduto, come inesauribile catalogo di conoscenze delle civiltà antiche, ma anche come espressione culturale del territorio ed opportunità economica per il presente e per il futuro. È proprio questa tripartizione tra passato, presente e futuro, che contraddistingue il museo come soggetto vivo, partecipato e partecipante nella nostra società. È importante, infatti, instaurare una relazione tra museo, inteso come bene culturale, ed il mondo esterno, per creare delle sinergie anche tra i beni esposti ed il contesto sociale ed economico circostante.
I musei ad oggi devono diventare parte di un tutto più complesso, ovvero di una società in continuo divenire, con le sue potenzialità e fragilità, contraddistinta da una collettività spesso frammentaria. L’ICOM, nell’ultima definizione di “museo” (2022), introduce due parole fondamentali: “partecipazione e comunità”, sottolineando così il ruolo etico che il museo è chiamato ad assumersi nei confronti della società, facendo della fruizione delle proprie opere non solo il fine della propria principale missione, ma anche lo strumento attraverso il quale intervenire per contribuire allo sviluppo della società.
Museo come spazio percettivo, come realtà totalmente immersa nella sua epoca, come luogo dedito alla custodia non solo di oggetti legati alla cultura materiale, ma soprattutto di memorie, brandelli del passato. Si deve saper comunicare quel che c’è ma anche quel che non c’è ed è andato perduto. Occorre ridare voce alle tracce labili: non solo far parlare le presenze ma anche le assenze, che, senza opportuni procedimenti di comunicazione, non potrebbero più parlare ad altri che all’archeologo, allo storico dell’arte ed allo specialista. Bisogna essere al passo con i tempi e capire le esigenze del pubblico, un pubblico sempre più variegato e con differenti esigenze, che si muove in strutture espositive ed in un quadro costituzionale in fieri.

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Network Museum – Cos’è l’archeologia ed in particolare l’archeologia navale? A cosa serve? Come interagisce con le altre discipline della conoscenza?
Lucia Foderà – L’archeologia è una scienza che ricostruisce il passato, ma, attenzione, non più all’interno dei libri, ma sul campo, direttamente nella realtà quotidiana: l’archeologo stratigrafo è inteso come contadino della storia. La storia è formata da tanti frammenti del passato, a me piace definirli impropriamente “pezzettini di memoria”; il compito dell’archeologo è proprio quello di rimettere insieme quei frammenti: usi, costumi, tradizioni, architetture. Non tutto è però associato ad un aspetto materiale, molte volte l’archeologo si trova a dover ricostruire i pensieri degli uomini del passato, le loro emozioni, le loro passioni. La stessa cosa intende farla l’archeologia navale. Lo scavo subacqueo è un vero e proprio scavo stratigrafico, al pari di quello terrestre. L’archeologo navale si occupa dello studio dei relitti antichi, della loro architettura, della dotazione di armamento, del loro carico, per ricostruire i commerci e le civiltà antiche. Anche in questo caso non parliamo solo di aspetti relativi alla cultura materiale, bisogna ricostruire anche e soprattutto la vita di bordo. Interagisce quindi con l’archeologia tradizionale, con la paleobotanica, con l’antropologia e con altre numerose discipline. L’archeologia subacquea, in quanto disciplina specialistica, rischia un pericoloso isolamento auto-referenziale. Molte volte mi sento dire che l’archeologia è una disciplina inutile, che riguarda solo aspetti relativi ad un passato lontano: bisognerebbe trasmettere alle nuove generazioni che senza un’approfondita conoscenza del passato non si può costruire il futuro.

in una libera interpretazione artistica
a cura di Network Museum
Network Museum – Cosa significa essere una archeologa navale?
Lucia Foderà – Significa amare incondizionatamente il mare, inteso come crocevia di molteplici civiltà. Significa fidarsi di esso, significa ricostruire con meticolosità relitti e infrastrutture portuali, combinando competenze archeologiche con specifiche tecniche di immersione. Ogni volta che parlo di archeologia navale, non posso non ricordare il mio professore, il mio mentore, la persona a cui devo tutta la mia conoscenza: ”Sebastiano Tusa”, grandissimo archeologo navale, scomparso prematuramente nel 2019, a causa di un terribile disastro aereo. C’è una sua frase che porto sempre nel mio cuore, e che riassume al meglio il mestiere dell’archeologo navale e la sua missione nel panorama culturale:
“Non è importante che i libri di storia riportino il mio nome. L’importante è aver concluso con successo grandi imprese scientifiche. Il rapporto con il Mediterraneo e con tutte le civiltà che si sono sviluppate sulle sue sponde è stata la mia vita. E, quando avrò finito, saprò cosa fare”.
Network Museum – Come si diventa archeologa navale?

fonte: https://www.culture.gouv.fr/
Lucia Foderà – Bisogna avere una laurea in archeologia e, successivamente, ottenere un brevetto subacqueo da una scuola specializzata. Ottenere più brevetti e corsi di specialità (in particolar modo il “deep” ed il “wreck”), permettono di acquisire maggiore conoscenza con la materia trattata e maggiore dimestichezza con il contesto naturale (il mare). Gli archeologi navali devono possedere acquaticità, senso dell’orientamento, capacità di lavorare in team, capacità di comunicazione sott’acqua, capacità di lavorare sotto stress, dimestichezza, curiosità. Il mare deve essere accessibile a tutti, ma bisogna accedervi con rispetto assoluto, consapevolezza e preparazione tecnica. Purtroppo ad oggi, in Italia, poche università offrono un corso di laurea specifico in archeologia navale e non possediamo un centro d’eccellenza come in Francia, il DRASSM di Marsiglia (Dipartimento delle Ricerche Archeologiche Subacquee e Sottomarine).
Network Museum – Quali prospettive di impiego in ambito lavorativo esistono per coloro che desiderano dedicarsi a tale specializzazione?
Lucia Foderà – Un archeologo navale, o subacqueo, trova sbocchi occupazionali principalmente in ambito pubblico (Soprintendenze, Ministero per i Beni Culturali) e privato (imprese specializzate). Le figure professionali coinvolte sono archeologi, ricercatori, tecnici e operatori subacquei.
Network Museum – Quali consigli darebbe ai giovani, che volessero intraprendere tale professione?

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Lucia Foderà – Di non accontentarsi mai, di lottare per le proprie idee, anche quando vengono giudicate folli dalla società; di avere fame di conoscenza, di essere appassionati del proprio lavoro, di essere coraggiosi. L’Italia è un paese in cui ogni giorno ci obbliga a cambiare i nostri piani, a non accontentarci, ad essere resilienti, ad essere pazienti. Bisogna scrollarsi di dosso il rigidismo accademico che attanaglia il paese da troppi anni, avere fiducia nel nuovo, nella ricerca, nei giovani, in un sistema che sia il più possibile al passo con i tempi. L’archeologia dev’essere riconosciuta a tutti gli effetti come un mestiere, non come un mero passatempo, appannaggio delle classi più abbienti. Si deve e si può vivere di archeologia. Nel 2025 è impensabile che la figura dell’archeologo in Italia non sia regolamentata da un ordine professionale o da un albo specifico. Esistono solo elenchi professionali gestiti dal Ministero, che suddividono gli archeologi in tre fasce, in base al proprio grado di competenze e al proprio percorso di studi. Molto c’è ancora da fare, molto c’è da fare per la figura dell’archeologo tradizionale, e molto c’è da fare per la figura “mitologica” dell’archeologo navale.
Network Museum – Quale rapporto intercorre tra archeologia, archeologo e musei?

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Lucia Foderà – Un rapporto di profonda sinergia: l’uno ha bisogno dell’altro. Il museo ha bisogno dell’archeologo per lo studio, l’inventariazione e la catalogazione dei pezzi, mentre l’archeologo ha bisogno del museo per custodire quei reperti, che non sono solo reperti ma costituiscono delle memorie, dei frammenti di memorie del passato. L’archeologia è la disciplina che lega l’archeologo al museo. Il museo, nel 2025, dev’essere visto come un luogo di unione dei cittadini, un punto di riferimento culturale e sociale: in questo modo l’archeologia diventa una disciplina a servizio della comunità, parte integrante di essa. Non vi è più, quindi, un rapporto univoco tra archeologo, specialista del settore, e museo, ma tra museo e collettività.
Per estendere il concetto di accessibilità e di inclusione, a quello di partecipazione, per riconoscere il museo quale elemento vivo del territorio, uno dei primi passi da compiere è contestualizzarlo nella comunità di appartenenza: si tratta cioè di far uscire il museo dal museo, e connetterlo alla realtà esterna, ovvero alle sue componenti culturali, storiche, produttive, associazionistiche, turistiche; ai sistemi di comunicazione, ai luoghi di aggregazione. In questo modo, con un progetto mirato, il museo interagisce con il tessuto di cui fa parte, e la comunità può riconoscerlo come elemento fondamentale della propria identità.
Network Museum – Quali sono gli aspetti più critici dell’archeologia navale? Quali sono, invece, quelli positivi?
Lucia Foderà – Gli aspetti più critici dell’archeologia navale sono anche i suoi aspetti positivi, in un legame inscindibile tra di loro: “l’unicità e la delicatezza dei reperti”. Questo comporta l’utilizzo di tecniche di scavo subacqueo nettamente più costose rispetto ad uno scavo terrestre tradizionale, l’impiego di personale altamente specializzato, il trattamento e la conservazione specifica dei materiali in ambiente marino (non dobbiamo dimenticare che sono dei reperti conservati per migliaia di anni sott’acqua, quindi estremamente fragili). La gestione del patrimonio culturale sommerso, senza opportuni finanziamenti dai vari enti di ricerca, risulta alquanto complessa.

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Network Museum – Come valuta il rapporto tra informazione, sistema di propagazione culturale e sistema educativo-scolastico dalla prospettiva dell’archeologia? Cosa accade all’estero?
Lucia Foderà – Come ispettrice dei musei navali nazionali ed internazionali, compito svolto nel 2024, potrei fare un confronto tra ciò che accade in Italia, all’interno dei luoghi della cultura, e ciò che accade all’estero. L’Italia è il paese più ricco di beni culturali al mondo, ma non ne garantisce la fruibilità. Bisogna investire sulla cultura, come fanno all’estero, dove hanno un metodo educativo-scolastico completamente innovativo, improntato sull’utilizzo delle nuove tecnologie per meglio favorire la conoscenza.
Perché dobbiamo sempre guardare alla realtà estera come qualcosa di perfetto ma non imitabile dalla nostra realtà? Come mai il Museo Vasa di Stoccolma all’interno delle sue sale ha proprio un’area dedicata alla comunicazione con il pubblico? Perché ancora i luoghi della cultura italiana sono imperniati su un rigidismo accademico che non porta da nessuna parte? La colpa non è solo della crisi, come ha fatto notare qualche anno fa l’archeologo e storico dell’arte Salvatore Settis, bisogna proprio cambiare il modo di voler fare cultura, di voler trasmettere cultura, di voler valorizzare la cultura. Vi è una grande diversità per quanto riguarda la didattica e, per così dire, la capacità attrattiva, tra i musei italiani e quelli esteri. All’interno del Museo Vasa i bambini hanno spazi interamente dedicati a loro, dove poter giocare, disegnare e sperimentare nuove cose. In Italia tutto ciò non accade quasi mai, ad eccezione del Museo Galata di Genova o del Museo delle Navi Antiche di Pisa, che offrono aule interamente dedicate alla didattica. Tutto questo ci deve profondamente far riflettere. Dobbiamo abbandonare la staticità, l’inaccessibilità, l’incomunicabilità, che caratterizzano i luoghi della cultura italiana, e aprirci alla collettività, ai bisogni di essa e creare delle strutture e degli allestimenti museali “in fieri”, in continuo divenire, perché così è il tempo, che scorre ineluttabile attraverso le nostre vite, ogni giorno.
Network Museum – L’archeologia e l’attività archeologica come interagisce con gli altri ambiti della collettività, dell’economia e dello sviluppo, come, per esempio, l’urbanistica, la pianificazione paesaggistica, il turismo, le infrastrutture urbane, per il trasporto o industriali? Cosa accade all’estero?

Ricostruzione virtuale di attività di rilevazione con georadar
fonte: Archivio Network Museum
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Lucia Foderà – L’archeologia è cruciale per una gestione consapevole del territorio. L’archeologia preventiva può essere considerata a tutti gli effetti una disciplina moderna, “in fieri”. Archeologia, urbanstica e pianificazione paesaggistica, sono tessere di un unico mosaico, come accade all’astero, mentre in Italia ancora nei confronti di esse si esercita una netta ed ingiustificata distinzione. Bisogna sempre tutelare e valorizzare il retroterra culturale di quel determinato luogo, in cui si vuole operare in futuro. Lavorare in sinergia con molteplici professionisti del settore è fondamentale: in un cantiere si lavora in squadra, si esercita un profondo dialogo tra i vari professionisti coinvolti, non si tralascia nulla. Ecco che troviamo spesso l’ingegnere dialogare con l’architetto, che a sua volta dialoga con il pianificatore, che a sua volta dialoga con l’archeologo, che a sua volta dialoga con l’agronomo. Sono anelli importantissimi di un’unica catena di montaggio. Grande aiuto nel terzo millennio viene offerto dalla tecnologia, che consente a tutti i professionisti coinvolti di lavorare con dati più completi e dettagliati. L’uso dell’ intelligenza artificiale, del georadar, di strumenti GIS, sono cruciali in questo settore, per una gestione più consapevole del territorio.

in una libera interpretazione artistica
a cura di Network Museum
Network Museum – E se invece distruggessimo tutto ciò che ci proviene dal passato, per sostituirlo con case da gioco, centri commerciali, stadi di calcio e “similia”? Cosa potrebbe accadere? Quindi a cosa serve “fare archeologia”?
Lucia Foderà – Se il nostro passato venisse distrutto, se al posto di “insignificanti rovine” sorgessero centri commerciali e stadi di calcio, la nostra identità culturale verrebbe cancellata per sempre e diventeremo sempre più delle vittime di un’esasperata globalizzazione. Bisogna salvaguardare la memoria per costruire il futuro. Spesso la figura dell’archeologo viene slegata dal proprio tempo, dalla propria epoca di appartenenza: viene considerato un ostacolo per il progresso, per il nuovo, per il moderno. In realtà l’archeologo abbraccia con fiducia il progresso, l’archeologia ha sempre più bisogno del supporto delle nuove tecnologie per la maggiore comprensione dei reperti, delle strutture, delle tracce del passato. Non dobbiamo confondere però progresso con distruzione. Le istituzioni politiche purtroppo non aiutano a fermare questa indiscriminata usurpazione e svilimento del nostro patrimonio culturale. Salvatore Settis, illustre archeologo, a riguardo diceva che il dimenticarsi della cultura e del patrimonio, è una solida tradizione della politica italiana, di ogni colore e segno. Dall’ultimo emendamento DL cultura, ritirato qualche mese fa, che proponeva di rendere non più vincolante il parere delle Soprintendenze, a quella frase, sussurrata da un ex Presidente del Consiglio ad un Ministro della Cultura, in occasione del G20 della Cultura: ”di non ascoltare troppo gli esperti (gli archeologi), altrimenti non si fa niente”, ci fanno capire quanto ancora sia debole la nostra identità culturale.
Network Museum – Come sta vivendo l’archeologia il progresso tecnologico?

fonte: https://www.katatexilux.com/domus-aurea
Lucia Foderà – Il rapporto tra archeologia e progresso tecnologico sta diventando sempre più stretto, necessario, di confronto e strumentale. L’archeologia ha bisogno degli strumenti offerti dalle nuove tecnologie per ampliare il proprio “range” di conoscenza verso il passato. Innumerevoli passi in avanti e progetti meravigliosi sono stati creati, per rispondere a queste specifiche esigenze. L’intelligenza artificiale, la realtà aumentata, la realtà virtuale, l’uso di droni e particolari software, hanno contribuito a rendere più efficace la valorizzazione del nostro patrimonio culturale. Un esempio di ciò è il progetto “Katatexilux”, che si occupa di ricostruzioni e modelli digitali, che si è occupato della ricostruzione virtuale della Domus Aurea di Nerone. Credo fermamente nel connubio archeologia-tecnologia, per questo ho deciso di fondare, insieme ad una squadra di validi professionisti, esperti nel settore dei beni culturali, la nuova sede di ArcheoClub d’Italia a Roma, multimediale, innovativa, al passo con i tempi, rivolta ad un vasto pubblico, senza più barriere o rigidismi accademici, senza più un mero ragionamento a compartimenti stagni. Sarà anche la prima sede in Italia rivolta principalmente verso l’archeologia navale. Un modo di fare cultura più libero ed inclusivo.
Network Museum – Come immagina l’archeologia “nel” e “del” futuro?
Lucia Foderà – Immagino un modo di fare ricerca in cui gli elementi fondanti, peculiari e tradizionali dell’archeologia, verranno sostituiti: primo fra tutti sarà lo scavo archeologico, che non diventerà più un elemento di ricerca indispensabile. Si potrà infatti vedere cosa si cela nel suolo grazie al telerilevamento o al georadar. Sempre più importanza acquisiranno il laser scanner ed il lidar. Tutto ciò permetterà di raccogliere dati più affidabili, risparmiando tempo, risorse umane e danaro. Cambierebbe tutto, cambierebbe la figura e l’impostazione metodologica dell’archeologo, il lavoro sul campo cederebbe sempre più il passo allo studio dei materiali in laboratorio. Bisogna però tenere a mente una cosa importantissima: i nuovi strumenti tecnologici non potranno mai sostituire le capacità, le competenze ed il bagaglio culturale del professionista.
Network Museum – Ora la domanda relativa al tema dell’anno. Come definirebbe un museo intelligente?

libera interpretazione artistica a cura di Network Museum
Lucia Foderà – Un museo intelligente è un museo che sappia interpretare e sviluppare i paradigmi della modernità nell’era della trasformazione digitale. I musei del futuro devono essere accessibili, digitali, narrati, sostenibili e vissuti. Garantire l’accessibilità al museo, in tutte le sue forme, è considerato un indiscusso indicatore della giustizia sociale e del benessere da fornire ai cittadini.
Per estendere il concetto di accessibilità e di inclusione, a quello di partecipazione, per riconoscere il museo quale elemento vivo del territorio, uno dei primi passi da compiere è contestualizzarlo nella comunità di appartenenza: si tratta cioè di far uscire il museo dal museo, e connetterlo alla realtà esterna, ovvero alle sue componenti culturali, storiche, produttive, associazionistiche, turistiche, ai sistemi di comunicazione, ai luoghi di aggregazione. Ecco che nascono nuove figure: il “digital strategy manager” ed il “comunicatore museale“. Bisogna essere al passo con i tempi e capire le esigenze del pubblico, un pubblico sempre più variegato e con differenti esigenze, che si muove in strutture espositive ed in un quadro costituzionale “in fieri”. Un museo che come disse G. H. Rivière, “si modifica continuamente”. Durante la mia esperienza come ispettrice museale, mi sono più volte chiesta: “I Musei Navali Contemporanei, sono davvero inclusivi? La loro esperienza culturale può essere godibile da tutti?”. Non parlo solo della loro dimensione interna e dell’abbattimento di alcune barriere cognitive o di un allestimento che sia il più accessibile e fruibile per tutti, ma anche della loro dimensione esterna. I musei ad oggi devono diventare parte di un tutto più complesso, ovvero di una società in continuo divenire, con le sue potenzialità e fragilità, contraddistinta da una collettività spesso frammentaria. L’ICOM, nell’ultima definizione di “museo” (2022), introduce due parole fondamentali: “partecipazione e comunità”, sottolineando così il ruolo etico che il museo è chiamato ad assumersi nei confronti della società, facendo della fruizione delle proprie opere non solo il fine della propria principale missione, ma anche lo strumento attraverso il quale intervenire per contribuire allo sviluppo della società.
Un punto debole del sistema culturale italiano sono le infrastrutture obsolete. Dalle poche didascalie in braille (in un quinto dei musei sono presenti materiali e supporti informativi specifici, come percorsi tattili o pannelli per i non vedenti), alle chiusure per incuria, sono molti i modi in cui non viene garantito l’accesso ai musei ed ai luoghi della cultura. Le strutture storiche museali devono essere un’aggiunta alla valorizzazione della propria collezione e non una discriminante. Non è possibile che un Museo importante come quello di Nemi, abbia delle notevoli criticità strutturali, che l’allestimento risulti fermo al 1988, che vi siano didascalie composte da fogli sbiaditi e strappati, posizionati a caso, che il personale del Museo non sia disposto ad aprirsi al pubblico, a comunicare con esso, che non vi siano servizi aggiuntivi importantissimi, quali “gift/bookshop” o punti ristoro, che le aree verdi non vengano valorizzate, che tutto sia abbandonato a se stesso e che il Museo sia diventato esso stesso un relitto. Bisogna uscire dal nostro sistema autoreferenziale e recarsi all’estero, confrontarsi con i colleghi degli altri musei marittimi sulle forme del “nuovo”.
Alcuni elementi, soprattutto nel Nord Europa, appaiono rilevanti. In primo luogo soprattutto il rapporto con le navi “vere”. I musei marittimi sono costruiti in prossimità dell’acqua. Le navi entrano direttamente in museo, o il museo è costruito attorno alla nave (il Vasa al Vasamuseet di Stoccolma). Le strutture espositive spesso in Italia sono riadattate, poche volte si costruisce una struttura in funzione di una determinata collezione museale: non vi è quindi la possibilità di giocare in spazi ampi e modificabili con scenografie non pensabili altrimenti all’interno di edifici storici.
Perché dobbiamo sempre guardare alla realà estera come qualcosa di perfetto ma non imitabile alla nostra realtà? Come mai il Museo Vasa di Stoccolma all’interno delle sue sale ha proprio un’area dedicata alla comunicazione con il pubblico? Perché ancora i luoghi della cultura italiana sono imperniati su un rigidismo accademico che non porta da nessuna parte? Bisogna cambiare il modo di voler fare cultura. Vi è una grande diversità per quanto riguarda la didattica e, per così dire, la capacità attrattiva tra i musei italiani e quelli esteri. All’interno del Museo Vasa i bambini hanno spazi interamente dedicati a loro, dove poter giocare, disegnare e sperimentare nuove cose. In Italia tutto ciò non accade quasi mai, ad eccezione del Museo Galata di Genova o del Museo delle Navi Antiche di Pisa, che offrono aule interamente dedicate alla didattica.
Tutto questo ci deve profondamente far riflettere.
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Coordinate di questa pagina, fonti, collegamenti ed approfondimenti.
Title/Titolo: Profound Archaeology/Archeologia profonda
Section/Sezione: “Museums and Professions/Musei e professioni
Author/Autore: Network Museum
Guest/Ospite: Lucia Foderà
Code/Codice: INMNET2505271130MAN.A1
Last update/Ultimo aggiornamento: 22/09/2025
Online publication: 6th season, 27 May 2025/Pubblicazione in rete: 6° stagione, 27/05/2025
Intellectual property/Proprietà intellettuale: INFOGESTIONE s.a.s
Content source/Fonte contenuti: INFOGESTIONE – Network Museum
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