Lucia Foderà
Fabio Maniscalco
in una libera interpretazione artistica
a cura di Network Museum
fonte: Archivio Network Museum
proprietà intellettuale INFOGESTIONE s.a.s.
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Lucia Foderà – L’archeologia è una scienza che ricostruisce il passato, ma, attenzione, non più all’interno dei libri, ma sul campo, direttamente nella realtà quotidiana: l’archeologo stratigrafo è inteso come contadino della storia. La storia è formata da tanti frammenti del passato, a me piace definirli impropriamente “pezzettini di memoria”; il compito dell’archeologo è proprio quello di rimettere insieme quei frammenti: usi, costumi, tradizioni, architetture. Non tutto è però associato ad un aspetto materiale, molte volte l’archeologo si trova a dover ricostruire i pensieri degli uomini del passato, le loro emozioni, le loro passioni. La stessa cosa intende farla l’archeologia navale. Lo scavo subacqueo è un vero e proprio scavo stratigrafico, al pari di quello terrestre. L’archeologo navale si occupa dello studio dei relitti antichi, della loro architettura, della dotazione di armamento, del loro carico, per ricostruire i commerci e le civiltà antiche. Anche in questo caso non parliamo solo di aspetti relativi alla cultura materiale, bisogna ricostruire anche e soprattutto la vita di bordo. Interagisce quindi con l’archeologia tradizionale, con la paleobotanica, con l’antropologia e con altre numerose discipline. L’archeologia subacquea, in quanto disciplina specialistica, rischia un pericoloso isolamento auto-referenziale. Molte volte mi sento dire che l’archeologia è una disciplina inutile, che riguarda solo aspetti relativi ad un passato lontano: bisognerebbe trasmettere alle nuove generazioni che senza un’approfondita conoscenza del passato non si può costruire il futuro.

Sebastiano Tusa
in una libera interpretazione artistica
a cura di Network Museum
Sito del DRASSM
fonte: https://www.culture.gouv.fr/
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Lucia Foderà – Come ispettrice dei musei navali nazionali ed internazionali, compito svolto nel 2024, potrei fare un confronto tra ciò che accade in Italia, all’interno dei luoghi della cultura, e ciò che accade all’estero. L’Italia è il paese più ricco di beni culturali al mondo, ma non ne garantisce la fruibilità. Bisogna investire sulla cultura, come fanno all’estero, dove hanno un metodo educativo-scolastico completamente innovativo, improntato sull’utilizzo delle nuove tecnologie per meglio favorire la conoscenza.
Perché dobbiamo sempre guardare alla realtà estera come qualcosa di perfetto ma non imitabile dalla nostra realtà? Come mai il Museo Vasa di Stoccolma all’interno delle sue sale ha proprio un’area dedicata alla comunicazione con il pubblico? Perché ancora i luoghi della cultura italiana sono imperniati su un rigidismo accademico che non porta da nessuna parte? La colpa non è solo della crisi, come ha fatto notare qualche anno fa l’archeologo e storico dell’arte Salvatore Settis, bisogna proprio cambiare il modo di voler fare cultura, di voler trasmettere cultura, di voler valorizzare la cultura. Vi è una grande diversità per quanto riguarda la didattica e, per così dire, la capacità attrattiva, tra i musei italiani e quelli esteri. All’interno del Museo Vasa i bambini hanno spazi interamente dedicati a loro, dove poter giocare, disegnare e sperimentare nuove cose. In Italia tutto ciò non accade quasi mai, ad eccezione del Museo Galata di Genova o del Museo delle Navi Antiche di Pisa, che offrono aule interamente dedicate alla didattica. Tutto questo ci deve profondamente far riflettere. Dobbiamo abbandonare la staticità, l’inaccessibilità, l’incomunicabilità, che caratterizzano i luoghi della cultura italiana, e aprirci alla collettività, ai bisogni di essa e creare delle strutture e degli allestimenti museali “in fieri”, in continuo divenire, perché così è il tempo, che scorre ineluttabile attraverso le nostre vite, ogni giorno.


Ricostruzione virtuale di attività di rilevazione con georadar
fonte: Archivio Network Museum
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Lucia Foderà – L’archeologia è cruciale per una gestione consapevole del territorio. L’archeologia preventiva può essere considerata a tutti gli effetti una disciplina moderna, “in fieri”. Archeologia, urbanstica e pianificazione paesaggistica, sono tessere di un unico mosaico, come accade all’astero, mentre in Italia ancora nei confronti di esse si esercita una netta ed ingiustificata distinzione. Bisogna sempre tutelare e valorizzare il retroterra culturale di quel determinato luogo, in cui si vuole operare in futuro. Lavorare in sinergia con molteplici professionisti del settore è fondamentale: in un cantiere si lavora in squadra, si esercita un profondo dialogo tra i vari professionisti coinvolti, non si tralascia nulla. Ecco che troviamo spesso l’ingegnere dialogare con l’architetto, che a sua volta dialoga con il pianificatore, che a sua volta dialoga con l’archeologo, che a sua volta dialoga con l’agronomo. Sono anelli importantissimi di un’unica catena di montaggio. Grande aiuto nel terzo millennio viene offerto dalla tecnologia, che consente a tutti i professionisti coinvolti di lavorare con dati più completi e dettagliati. L’uso dell’ intelligenza artificiale, del georadar, di strumenti GIS, sono cruciali in questo settore, per una gestione più consapevole del territorio.

Salvatore Settis
in una libera interpretazione artistica
a cura di Network Museum

Lucia Foderà – Se il nostro passato venisse distrutto, se al posto di “insignificanti rovine” sorgessero centri commerciali e stadi di calcio, la nostra identità culturale verrebbe cancellata per sempre e diventeremo sempre più delle vittime di un’esasperata globalizzazione. Bisogna salvaguardare la memoria per costruire il futuro. Spesso la figura dell’archeologo viene slegata dal proprio tempo, dalla propria epoca di appartenenza: viene considerato un ostacolo per il progresso, per il nuovo, per il moderno. In realtà l’archeologo abbraccia con fiducia il progresso, l’archeologia ha sempre più bisogno del supporto delle nuove tecnologie per la maggiore comprensione dei reperti, delle strutture, delle tracce del passato. Non dobbiamo confondere però progresso con distruzione. Le istituzioni politiche purtroppo non aiutano a fermare questa indiscriminata usurpazione e svilimento del nostro patrimonio culturale. Salvatore Settis, illustre archeologo, a riguardo diceva che il dimenticarsi della cultura e del patrimonio, è una solida tradizione della politica italiana, di ogni colore e segno. Dall’ultimo emendamento DL cultura, ritirato qualche mese fa, che proponeva di rendere non più vincolante il parere delle Soprintendenze, a quella frase, sussurrata da un ex Presidente del Consiglio ad un Ministro della Cultura, in occasione del G20 della Cultura: ”di non ascoltare troppo gli esperti (gli archeologi), altrimenti non si fa niente”, ci fanno capire quanto ancora sia debole la nostra identità culturale.

Domus Aurea – Progetto Katatexilux
fonte: https://www.katatexilux.com/domus-aurea

Lucia Foderà – Il rapporto tra archeologia e progresso tecnologico sta diventando sempre più stretto, necessario, di confronto e strumentale. L’archeologia ha bisogno degli strumenti offerti dalle nuove tecnologie per ampliare il proprio “range” di conoscenza verso il passato. Innumerevoli passi in avanti e progetti meravigliosi sono stati creati, per rispondere a queste specifiche esigenze. L’intelligenza artificiale, la realtà aumentata, la realtà virtuale, l’uso di droni e particolari software, hanno contribuito a rendere più efficace la valorizzazione del nostro patrimonio culturale. Un esempio di ciò è il progetto “Katatexilux”, che si occupa di ricostruzioni e modelli digitali, che si è occupato della ricostruzione virtuale della Domus Aurea di Nerone. Credo fermamente nel connubio archeologia-tecnologia, per questo ho deciso di fondare, insieme ad una squadra di validi professionisti, esperti nel settore dei beni culturali, la nuova sede di ArcheoClub d’Italia a Roma, multimediale, innovativa, al passo con i tempi, rivolta ad un vasto pubblico, senza più barriere o rigidismi accademici, senza più un mero ragionamento a compartimenti stagni. Sarà anche la prima sede in Italia rivolta principalmente verso l’archeologia navale. Un modo di fare cultura più libero ed inclusivo.

Lucia Foderà – Immagino un modo di fare ricerca in cui gli elementi fondanti, peculiari e tradizionali dell’archeologia, verranno sostituiti: primo fra tutti sarà lo scavo archeologico, che non diventerà più un elemento di ricerca indispensabile. Si potrà infatti vedere cosa si cela nel suolo grazie al telerilevamento o al georadar. Sempre più importanza acquisiranno il laser scanner ed il lidar. Tutto ciò permetterà di raccogliere dati più affidabili, risparmiando tempo, risorse umane e danaro. Cambierebbe tutto, cambierebbe la figura e l’impostazione metodologica dell’archeologo, il lavoro sul campo cederebbe sempre più il passo allo studio dei materiali in laboratorio. Bisogna però tenere a mente una cosa importantissima: i nuovi strumenti tecnologici non potranno mai sostituire le capacità, le competenze ed il bagaglio culturale del professionista.

Genova: Museo Galata
libera interpretazione artistica a cura di Network Museum

Lucia Foderà – Un museo intelligente è un museo che sappia interpretare e sviluppare i paradigmi della modernità nell’era della trasformazione digitale. I musei del futuro devono essere accessibili, digitali, narrati, sostenibili e vissuti. Garantire l’accessibilità al museo, in tutte le sue forme, è considerato un indiscusso indicatore della giustizia sociale e del benessere da fornire ai cittadini.
Per estendere il concetto di accessibilità e di inclusione, a quello di partecipazione, per riconoscere il museo quale elemento vivo del territorio, uno dei primi passi da compiere è contestualizzarlo nella comunità di appartenenza: si tratta cioè di far uscire il museo dal museo, e connetterlo alla realtà esterna, ovvero alle sue componenti culturali, storiche, produttive, associazionistiche, turistiche, ai sistemi di comunicazione, ai luoghi di aggregazione. Ecco che nascono nuove figure: il “digital strategy manager” ed il “comunicatore museale“. Bisogna essere al passo con i tempi e capire le esigenze del pubblico, un pubblico sempre più variegato e con differenti esigenze, che si muove in strutture espositive ed in un quadro costituzionale “in fieri”. Un museo che come disse G. H. Rivière, “si modifica continuamente”. Durante la mia esperienza come ispettrice museale, mi sono più volte chiesta: “I Musei Navali Contemporanei, sono davvero inclusivi? La loro esperienza culturale può essere godibile da tutti?”. Non parlo solo della loro dimensione interna e dell’abbattimento di alcune barriere cognitive o di un allestimento che sia il più accessibile e fruibile per tutti, ma anche della loro dimensione esterna. I musei ad oggi devono diventare parte di un tutto più complesso, ovvero di una società in continuo divenire, con le sue potenzialità e fragilità, contraddistinta da una collettività spesso frammentaria. L’ICOM, nell’ultima definizione di “museo” (2022), introduce due parole fondamentali: “partecipazione e comunità”, sottolineando così il ruolo etico che il museo è chiamato ad assumersi nei confronti della società, facendo della fruizione delle proprie opere non solo il fine della propria principale missione, ma anche lo strumento attraverso il quale intervenire per contribuire allo sviluppo della società.
Un punto debole del sistema culturale italiano sono le infrastrutture obsolete. Dalle poche didascalie in braille (in un quinto dei musei sono presenti materiali e supporti informativi specifici, come percorsi tattili o pannelli per i non vedenti), alle chiusure per incuria, sono molti i modi in cui non viene garantito l’accesso ai musei ed ai luoghi della cultura. Le strutture storiche museali devono essere un’aggiunta alla valorizzazione della propria collezione e non una discriminante. Non è possibile che un Museo importante come quello di Nemi, abbia delle notevoli criticità strutturali, che l’allestimento risulti fermo al 1988, che vi siano didascalie composte da fogli sbiaditi e strappati, posizionati a caso, che il personale del Museo non sia disposto ad aprirsi al pubblico, a comunicare con esso, che non vi siano servizi aggiuntivi importantissimi, quali “gift/bookshop” o punti ristoro, che le aree verdi non vengano valorizzate, che tutto sia abbandonato a se stesso e che il Museo sia diventato esso stesso un relitto. Bisogna uscire dal nostro sistema autoreferenziale e recarsi all’estero, confrontarsi con i colleghi degli altri musei marittimi sulle forme del “nuovo”.
Alcuni elementi, soprattutto nel Nord Europa, appaiono rilevanti. In primo luogo soprattutto il rapporto con le navi “vere”. I musei marittimi sono costruiti in prossimità dell’acqua. Le navi entrano direttamente in museo, o il museo è costruito attorno alla nave (il Vasa al Vasamuseet di Stoccolma). Le strutture espositive spesso in Italia sono riadattate, poche volte si costruisce una struttura in funzione di una determinata collezione museale: non vi è quindi la possibilità di giocare in spazi ampi e modificabili con scenografie non pensabili altrimenti all’interno di edifici storici.
Perché dobbiamo sempre guardare alla realà estera come qualcosa di perfetto ma non imitabile alla nostra realtà? Come mai il Museo Vasa di Stoccolma all’interno delle sue sale ha proprio un’area dedicata alla comunicazione con il pubblico? Perché ancora i luoghi della cultura italiana sono imperniati su un rigidismo accademico che non porta da nessuna parte? Bisogna cambiare il modo di voler fare cultura. Vi è una grande diversità per quanto riguarda la didattica e, per così dire, la capacità attrattiva tra i musei italiani e quelli esteri. All’interno del Museo Vasa i bambini hanno spazi interamente dedicati a loro, dove poter giocare, disegnare e sperimentare nuove cose. In Italia tutto ciò non accade quasi mai, ad eccezione del Museo Galata di Genova o del Museo delle Navi Antiche di Pisa, che offrono aule interamente dedicate alla didattica.
Tutto questo ci deve profondamente far riflettere.

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