Tecnomusei

PERCHÈ NON PARLI?
A cura di Network Museum
Sono tempi in cui l’accelerazione tecnologica sembra, più che una opportunità, un assedio. Fruitori ed operatori pare non abbiano il tempo di realizzare le potenzialità delle nuove proposte tecnologiche che già delle altre si affacciano all’orizzonte. Dal punto di vista della gestione museale, della didattica e della dimensione cognitiva questa pressione sembra poter mettere in crisi le stesse istituzioni museali, già provate dalle sfide del tempo corrente sulla loro ragione d’essere.
Proiettare lavori di artisti su muri di edifici, con annessi effetti immersivi o di altro genere, oppure contemplare un originale, appeso alla parete di un museo? Qual è la differenza? Entrare in un museo con la nostra “smartphone copertina” di Linus, che ci segue dal bagno al notaio, passando per tavole imbandite e lenzuola (in un tripudio di igiene e di posture ergonomiche), oppure colmi di sprezzo della sindrome da mancata connessione, avventurarsi, “nudi”, tra capolavori espressi da entità biologiche appartenenti alla nostra specie “pre-connessa”?
Succede sovente nella evoluzione culturale della nostra specie: qualcuno inventa qualcosa e tutto il gregge continua a procedere nell’alveo appena tracciato, secondo il protocollo della “grande abbuffata”. È il copione tipico delle innovazioni, che hanno inciso nella nostra quotidianità: dall’automobile alla radio, dalla mania dell’apparire ai fenomeni di massa, dalla calcolatrice, alla televisione, al computer, al telefonino. Soprattutto lo sviluppo tecnologico sembra trovare terreno fertile in questo comportamento. Quindi è tutto sbagliato? Era meglio quando si stava peggio? È tutto da rifare, come avrebbe detto il grande Campione, oppure è tutto da comprendere?
Questo è un altro aspetto del tratto evolutivo, che stiamo considerando. Sovente le “mode” scavano profondi divari tra gli appartenenti del consorzio umano. Alle nostre latitudini, per esempio, assistiamo, sovente, all’umiliazione di intere generazioni, che vivono la “rivoluzione” tecnologica come costante ulteriore disagio, a cui dover assiduamente porre rimedio, piatendo assistenza ed invocando attenzioni da esponenti, più o meno consanguinei, di età inferiore. Ci si sente sconfitti, umiliati, quando anche per pagare le tasse o per un certificato occorrono abilità digitali. Eppure quelle generazioni, ora tecnologicamente analfabete “ipso facto” e scarto della ruggente società tecnologica, sono quelle che hanno permesso a tanta tracotanza di essere incarnata proprio nei loro successori.
Ad altre latitudini, sempre più ampie, tale carenza culturale è demarcazione tra la parte del mondo “connessa” ed in grado di reperire “informazioni” e l’altra parte della mela bacata, addirittura marcia per molti.
Vi sono altri due aspetti da considerare, a proposito di evoluzione tecnologica. Il primo è sospeso tra una riedizione del manifesto barocco, sulla capacità di vincere la noia (o l’angoscia) esistenziale con lo stupore e la disponibilità di una grande quantità di dati, senza avere certezza di possedere le competenze per fruirne in modo non pericoloso.
Il secondo deriva dalla curva di prodotto incredibilmente contratta, rispetto a beni e servizi di qualche decennio fa,che influisce sullo spreco di energia e risorse, nuova afflizione del nostro pianeta e della nostra specie.

source: https://www.brainai.art
Come va di moda ora, il “combinato disposto” di quanto considerato realizza quel paradigma pernicioso del “mordi, emozionati, sputa, dimentica, corri”, sul quale sempre più persone fondano la propria esistenza.
Quante storie per un po’ di animazione, per un poco di divertimento, per un guizzo di gioventù da spargere a piene mani tra le polverose sale dei musei, direbbero i nostri venticinque lettori di eredità manzoniana!
Ancora una riflessione. Negli Stati Uniti, tra gli anni ’30 e ’50, si diffuse la pratica dell’appendicectomia preventiva nei bambini, ritenendo l’appendice inutile, ma studi successivi hanno dimostrato il suo ruolo nel sistema immunitario e nella flora intestinale, evidenziando come tale rimozione precoce possa aver causato disturbi digestivi in età adulta. Se la ricerca avesse preceduto la prassi, se il dubbio la pratica a tutti i costi… Così, come per altre nostre “ebrezze” collettive, prima facciamo, poi riflettiamo. Cosa farci, siamo fatti così, siamo una specie giovane! Tutto ciò varrà anche per questo assalto tecnologico alle nostre fortezze culturali? Diventeremo bravi a combattere con Cesare i Galli nell’ultima edizione del gioco 3D, senza sapere dove fosse la Gallia e perché vi fosse Cesare da quelle parti?
Ragioniamo di questo e di altro con Matteo Zaramella, ingegnere, fondatore di BrAin, “start up” e progetto d’impresa promettente nell’ “edutement didattico” e culturale.
Matteo Zaramella

Ha conseguito la laurea triennale in Ingegneria Informatica presso l’Università di Padova e la laurea magistrale in Intelligenza Artificiale e Robotica con lode presso l’Università La Sapienza di Roma.
Ha partecipato a un programma di scambio di ricerca presso la Florida Atlantic University (FAU), in Florida (USA), e ha svolto attività di Junior Researcher in Intelligenza Artificiale, prima presso l’Università La Sapienza di Roma e successivamente presso l’Alcor Lab di Roma.
Nel 2023 ha vinto il Best Paper Award al workshop SUMAC, nell’ambito della conferenza ACMMM 2023, per il suo articolo “Why Don’t You Speak?: A Smartphone Application to Engage Museum Visitors Through Deepfakes Creation.”
Da questa esperienza è nata l’idea per la sua startup, di cui è fondatore: BrAIn, che mira a rivoluzionare l’esperienza museale.
L’intervista
Network Museum – Chi è Matteo Zaramella?

Matteo Zaramella – Sono una persona che ha sempre amato mettersi in gioco e cercare di fare la differenza in ciò che fa. Ho conseguito la laurea triennale in Ingegneria Informatica nella mia città natale, Padova, e successivamente la laurea magistrale in Intelligenza Artificiale e Robotica presso La Sapienza, Università di Roma. Nel mio percorso ho avuto la fortuna di lavorare come ricercatore nell’ambito dell’Intelligenza Artificiale e di partecipare a esperienze internazionali, tra conferenze e progetti di ricerca. Uno dei traguardi di cui vado particolarmente fiero è il premio per il miglior lavoro ricevuto al workshop SUMAC, durante la conferenza ACM MM 2023 tenutasi a Ottawa, in Canada.
Parallelamente al mio interesse per la tecnologia, sono sempre stato affascinato dai musei e dal loro ruolo fondamentale nella trasmissione della cultura e della conoscenza. Ho sempre apprezzato la loro capacità di educare in modo esperienziale e coinvolgente, anche se non avevo mai avuto occasione di contribuire direttamente a questo mondo. Durante il mio periodo di studi a Roma, però, ho iniziato a riflettere su come l’Intelligenza Artificiale potesse essere applicata nei musei, per renderli ancora più interattivi, accessibili e stimolanti. Credo fermamente che la tecnologia possa essere uno strumento chiave per avvicinare un pubblico sempre più ampio alla cultura.
Network Museum – Cos’è la cultura e qual è il suo ruolo?
Matteo Zaramella – La cultura rappresenta il patrimonio dell’umanità e custodisce la nostra storia. Preservarla e ricordarla è fondamentale, perché ci permette di comprendere l’evoluzione dell’uomo e le scoperte che hanno segnato il corso del tempo. Cultura non significa solo antichi reperti o tradizioni del passato: è un racconto vivo che ci spiega come siamo arrivati al mondo attuale, illustrando nel dettaglio come si viveva in epoche diverse. Le scoperte storiche ci aiutano a capire l’origine dello sviluppo moderno ed il motivo per cui oggi agiamo e pensiamo in un certo modo.

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Network Museum – Cos’è un museo ed a cosa serve?
Matteo Zaramella – Un museo è un luogo in cui la cultura viene preservata e mantenuta viva. Non si limita solo a custodire oggetti del passato, ma ha l’importante compito di trasmettere conoscenza e sensibilizzare le persone sull’importanza della memoria storica e culturale. È uno spazio dove il pubblico può vedere, toccare con mano e vivere la storia, comprendendone meglio le origini ed i significati. Allo stesso tempo, il museo non è statico: attraverso la ricerca scientifica e lo studio delle collezioni, contribuisce ad approfondire e aggiornare le nostre conoscenze. In questo senso, il museo ha un ruolo attivo nella società, perché educa, ispira e stimola la curiosità, diventando un punto di riferimento per la crescita culturale individuale e collettiva.
Network Museum – Cos’è BrAIn e perché una “start up” ingegneristica si interessa ai musei?
Matteo Zaramella – L’Intelligenza Artificiale sta trasformando profondamente il mondo, rendendo possibili scenari che fino a pochi anni fa sembravano impensabili. Oggi, molte “startup” si concentrano sull’ottimizzazione dei processi aziendali, puntando a massimizzare la produttività o a ridurre i costi per aumentare i margini di profitto. Queste applicazioni sono sicuramente preziose per il mondo delle imprese, ma spesso si sottovaluta il potenziale dell’AI in altri ambiti della società.
È da questa consapevolezza che nasce BrAIn: dal desiderio di innovare il sistema museale attraverso l’utilizzo intelligente dell’Intelligenza Artificiale. Crediamo fermamente che l’AI possa diventare un alleato dei musei, offrendo nuovi strumenti per arricchire le esperienze dei visitatori e per raccontare storie e contenuti in modi che prima non erano possibili. L’obiettivo non è sostituire l’arte o la cultura, ma valorizzarla con nuove forme di interazione e narrazione.

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Network Museum – Cosa può offrire la tecnologia al mondo della cultura e, in particolare, al sistema museale?
Matteo Zaramella – Le innovazioni digitali, se adottate con intelligenza e sensibilità, possono diventare un alleato straordinario per il sistema museale. Sottolineo “se adottate bene” perché, troppo spesso, vediamo soluzioni che puntano solo all’intrattenimento, senza un reale rispetto per la storia o per il valore culturale dei contenuti.
Al contrario, sono convinto che gli strumenti tecnologici, se integrati in modo consapevole, rappresentino un’opportunità unica per i musei, che non possono permettersi di restare indietro rispetto all’evoluzione del nostro tempo. Oggi abbiamo a disposizione mezzi che consentono di creare esperienze interattive e immersive, capaci di far “vivere” la storia ai visitatori in modo diretto, coinvolgente ed emozionante.
Riprendendo la definizione stessa di museo, inteso come luogo di conservazione e diffusione della cultura, è evidente che l’utilizzo intelligente delle risorse digitali può rafforzare questa missione. Tra tutte, l’Intelligenza Artificiale spicca come una delle più promettenti: se impiegata con rispetto e attenzione, può facilitare la comprensione di ciò che si osserva, offrendo contesto, narrazioni personalizzate e percorsi di approfondimento.
Grazie a questi strumenti, è possibile ricostruire ambienti storici, raccontare eventi dal punto di vista di chi li ha vissuti, e coinvolgere pubblici di ogni età e provenienza. Così facendo, il patrimonio culturale diventa più accessibile e significativo per tutti: adulti, bambini, anziani, mantenendo sempre intatta la sua profondità storica e culturale.
Network Museum – “Why Don’t You Speak” cosa vuol rappresentare? Di cosa si tratta?

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Matteo Zaramella – “Why Don’t You Speak” (WDyS), letteralmente “Perché non parli”, è una citazione attribuita a Michelangelo che, secondo la leggenda, avrebbe pronunciato questa frase rivolgendosi alla sua statua del Mosè, colpito dalla perfezione dell’opera al punto da aspettarsi una risposta.
Questo progetto si ispira proprio a quella suggestione, con l’obiettivo di creare una forma di interazione viva tra le statue e i visitatori. Attraverso la nostra web app, infatti, il visitatore può osservare la statua prendere vita e raccontare la propria storia in prima persona. L’intento è rendere l’esperienza museale più coinvolgente, attiva ed emozionale, stimolando la curiosità in modo nuovo.
L’idea è nata durante una visita ad un museo, quando mi sono accorto che molti visitatori passavano più tempo a leggere i cartellini descrittivi accanto alle opere che a osservare le opere stesse. Da questa riflessione è nata WDyS, un nuovo modo di interagire con l’arte, in cui il focus torna finalmente sull’opera, resa protagonista non solo visivamente ma anche narrativamente. I visitatori possono così vivere un’esperienza immersiva, in cui è l’arte stessa a raccontarsi, facilitando una connessione più diretta e profonda.
Network Museum – Perché ritenete importante “fare parlare le statue”? Cosa ne pensa il mondo museale? Quali vantaggi se ne potrebbero trarre?

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Matteo Zaramella – Io penso che far parlare le statue rappresenti solo l’inizio di un nuovo modo di interagire con i musei. Le tecnologie emergenti stanno aprendo la strada a esperienze sempre più immersive e coinvolgenti, che non solo attireranno un numero maggiore di visitatori, ma contribuiranno anche a una più ampia diffusione della cultura, rendendola accessibile a tutte le età, dai bambini agli anziani.
Così come anni fa l’introduzione dell’audioguida ha rappresentato un primo passo verso una visita più interattiva, che oggi è presente in quasi tutti i musei, allo stesso modo, le nuove tecnologie stanno per rivoluzionare ulteriormente l’esperienza museale. La differenza è che queste soluzioni non si limitano ad accompagnare il visitatore, ma mirano a trasformare profondamente il modo in cui si vive la cultura. In futuro, potremmo arrivare ad avere visite personalizzate in base alle esigenze dell’utente o del target, aumentando ancora di più il coinvolgimento e l’efficacia comunicativa.
È vero che nel panorama museale esistono realtà più aperte all’innovazione ed altre più legate alla tradizione. Alcuni temono che l’introduzione di tecnologie avanzate possa compromettere l’autenticità e la serietà con cui storia ed arte devono essere trattate, e comprendo questa preoccupazione. Tuttavia, è importante sottolineare che l’obiettivo delle nuove soluzioni, come far parlare le statue, non è quello di banalizzare i contenuti, ma di renderli più accessibili e stimolanti per un pubblico più vasto e diversificato.
L’evoluzione del museo non significa perdita di valore, ma adattamento ai tempi. E chi non sarà disposto a rinnovarsi rischia di restare indietro. Basta guardare alla crescita dei musei sensoriali ed esperienziali negli ultimi anni per capire quanto la richiesta di esperienze coinvolgenti sia in aumento.
Network Museum – Come vivono l’evoluzione tecnologica i musei e come si relazionano con una nuova “start up” specializzata in tecnologia didattica ed “edutainment”?

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Matteo Zaramella – Matteo Zaramella – Per la mia esperienza personale, devo dire che nel campo museale italiano non c’è ancora molta apertura, soprattutto quando si tratta di proporre progetti innovativi come quelli di una nuova “startup”. Spesso, quando provo a mettermi in contatto con musei di rilievo, non ricevo alcuna risposta oppure vengo liquidato con un no secco, senza nemmeno la possibilità di instaurare un vero dialogo o confronto.
Le realtà che invece si dimostrano più ricettive sono generalmente quelle più piccole. Questi musei, pur avendo meno visibilità, risultano spesso più dinamici e disposti a sperimentare, proprio perché per loro l’adozione di un’idea innovativa può rappresentare un’opportunità concreta di crescita e visibilità. È una dinamica simile a quella che si riscontra nel mondo delle imprese tra grandi corporate e “startup”: le prime tendono ad essere più lente e caute, mentre le seconde, proprio perché hanno più da guadagnare, sono più inclini a correre rischi.
L’unico limite delle realtà museali più piccole è spesso legato alle risorse economiche: pur avendo apertura mentale e voglia di sperimentare, non sempre dispongono dei fondi necessari per sostenere determinati progetti
Network Museum – Quali sono gli aspetti più critici nel rapporto con il settore museale per una nuova impresa tecnologica?

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Matteo Zaramella – In Italia, uno dei principali ostacoli per chi vuole innovare nel settore museale è sicuramente la burocrazia. La stragrande maggioranza dei musei pubblici, e anche buona parte di quelli privati, si dimostra ancora molto chiusa nei confronti delle nuove tecnologie. Anche nei rari casi in cui c’è un interesse, i tempi burocratici sono estremamente lenti, rendendo difficile avviare collaborazioni concrete in tempi utili.
Questo rappresenta una barriera significativa per le “startup”, che per crescere e dimostrare la propria credibilità hanno bisogno di entrare rapidamente nel mercato, vendere i propri servizi e ottenere visibilità. La staticità delle istituzioni museali, quindi, rallenta e spesso ostacola lo sviluppo di nuove realtà innovative.
Un altro elemento cruciale è la rete di contatti. In molti casi, anche quando si ha un’idea valida e ben strutturata, se non si ha accesso alle giuste persone o canali, l’idea rischia di non essere nemmeno presa in considerazione. Il valore dell’innovazione, purtroppo, spesso passa in secondo piano rispetto all’importanza delle relazioni.
Network Museum – Vi sono molte applicazioni tecnologiche nel settore della animazione didattica del percorso espositivo: come incide tale approccio sui contenuti e sulla corretta interpretazione da parte del pubblico? Cosa ne pensano i curatori e gli specialisti di didattica museale, con cui certamente vi siete confrontati? In cosa si differenzia BrAin, da ciò che gli altri competitori offrono?

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Matteo Zaramella – È vero, oggi esistono molte applicazioni tecnologiche nel campo dell’animazione didattica nei musei, ma è importante fare una distinzione netta tra due approcci differenti: da un lato ci sono le soluzioni che rispettano le opere d’arte e contribuiscono realmente alla diffusione della cultura; dall’altro, quelle che puntano esclusivamente all’intrattenimento, spesso estremizzando o ridicolizzando i contenuti artistici e storici.
Le seconde possono anche risultare divertenti, ma raramente offrono un reale valore aggiunto al visitatore: non trasmettono conoscenza né approfondiscono il significato delle opere. Le prime, invece, hanno l’obiettivo di arricchire l’esperienza museale, rendendola più accessibile, coinvolgente e stimolante dal punto di vista educativo. Ed è proprio questo il tipo di innovazione di cui il settore ha bisogno per progredire. BrAIn rientra pienamente in questa categoria. Si distingue per un approccio interattivo ma al tempo stesso semplice: il visitatore può accedere all’esperienza utilizzando semplicemente il proprio smartphone, senza necessità di dispositivi ingombranti o invasivi come visori o schermi speciali. Ma questo è solo il punto di partenza. La vera differenza è che BrAIn non nasce per intrattenere, ma per rivoluzionare l’esperienza museale, mettendo al centro la conoscenza, l’accessibilità e il coinvolgimento autentico.
Il riscontro da parte del pubblico, finora, è stato positivo: ho ricevuto diverse recensioni entusiaste e noto che l’idea viene accolta con la mentalità giusta, aperta e curiosa. Tuttavia, il progetto è stato finora implementato solo in un numero limitato di musei, per cui è ancora presto per trarre conclusioni oggettive e generalizzabili.
Per quanto riguarda il pensiero dei curatori, è difficile fare una valutazione univoca: ogni professionista ha una propria visione. In generale, però, mi sembra che siamo ancora lontani da una vera apertura verso le nuove tecnologie.

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Network Museum – Come valuta il rapporto tra informazione, sistema di propagazione culturale e sistema educativo-scolastico nazionale dalla prospettiva dell’applicazione tecnologica? Cosa accade all’estero?
Matteo Zaramella – Nei campi dell’educazione e della propagazione culturale, ritengo che la tecnologia abbia un impatto molto significativo e possa offrire un contributo concreto e positivo. Per quanto riguarda l’ambito educativo, ad esempio, permette una maggiore personalizzazione dell’apprendimento, rispondendo alle diverse esigenze degli studenti e favorendo l’inclusione. Allo stesso modo, anche nel settore culturale, come l’esempio che portiamo con BrAIn, la tecnologia consente un coinvolgimento più attivo e immersivo del pubblico. In entrambi i casi, il fine è quello di offrire un’esperienza su misura per l’utente, anche se con obiettivi differenti, in quanto l’educazione incide in modo più profondo sulla formazione della persona.
Il discorso sull’informazione è, a mio parere, più complesso e delicato. Viviamo in un’epoca in cui diventa sempre più difficile distinguere tra fonti attendibili e contenuti manipolati. La diffusione di “fake news” e l’uso dei “deepfake” rappresentano una sfida concreta: la tecnologia, in questo ambito, ha un doppio volto. Se da un lato consente di approfondire e diffondere contenuti di qualità, dall’altro offre strumenti anche a chi vuole disinformare o manipolare l’opinione pubblica. Per questo motivo, credo sia necessario un sistema di regolamentazione, oppure lo sviluppo di strumenti che aiutino l’utente a riconoscere e accedere a fonti verificate.
Per quanto riguarda l’estero, pur non essendo un esperto, penso che esistano Paesi che adottano un approccio più aperto e sperimentale verso le tecnologie, soprattutto nel campo dell’educazione digitale e dell’innovazione culturale. In generale, come è spesso accaduto nel passato, l’esempio dei Paesi più avanzati può fare da traino, portando anche gli altri a seguire la stessa direzione.
Network Museum – Come vive il pubblico l’intervento tecnologico nella didattica e nella comunicazione museale? Avete riscontri o collaborazioni pluridisciplinari con esponenti delle scienze cognitive a questo riguardo?
Matteo Zaramella – No, sfortunatamente non ho ancora avuto l’opportunità di avviare collaborazioni con esponenti delle scienze cognitive, quindi al momento non dispongo di riscontri specifici in questo ambito. Allo stesso modo, anche il campo della didattica non è stato ancora oggetto di approfondimento diretto da parte mia, motivo per cui preferisco non esprimere un’opinione non sufficientemente fondata.
D’altra parte, basandomi sulla mia esperienza diretta nei musei in cui è stato introdotto il mio progetto, ho ricevuto feedback molto positivi da parte dei visitatori. In particolare, molti di loro riferiscono di sentirsi più coinvolti durante la visita, percependo l’intervento tecnologico come uno strumento utile per migliorare la comprensione delle opere. La possibilità di interagire direttamente con i contenuti viene accolta come un arricchimento dell’esperienza, che rende la visita più chiara, stimolante e accessibile.

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Network Museum – Come immagina il museo del futuro alla luce dell’evoluzione tecnologica?
Matteo Zaramella – Il museo del futuro lo immagino con il visitatore al centro. Oggi, nella maggior parte dei musei, le opere sono le uniche protagoniste, mentre il ruolo del visitatore è passivo, spesso relegato a semplice osservatore. In futuro, credo che questo approccio cambierà radicalmente: le opere e la cultura continueranno ad avere un ruolo centrale, ma l’interazione con il visitatore diventerà il vero fulcro dell’esperienza.
Immagino un museo capace di offrire percorsi personalizzati, costruiti in base alle caratteristiche, agli interessi e all’età del singolo visitatore. In questo modo, la trasmissione della cultura diventerà molto più efficace, coinvolgente e memorabile. Sarà un’esperienza su misura, capace di adattarsi a ogni persona, aumentando così l’impatto educativo ed emotivo della visita.
Un altro aspetto che considero fondamentale nel museo del futuro è la sua accessibilità geografica. Oggi, per visitare un museo, è necessario recarsi fisicamente sul posto. Questo rappresenta un limite significativo per molte persone. Con la digitalizzazione, invece, sarà possibile rendere accessibili virtualmente parti del museo a chiunque, da qualsiasi parte del mondo.
Naturalmente, l’esperienza dal vivo resterà insostituibile: certe emozioni, sensazioni e connessioni si possono vivere solo di persona. Tuttavia, offrire anche un’alternativa digitale permetterà di includere chi, per motivi economici, fisici o logistici, non può recarsi sul posto, garantendo una maggiore democratizzazione della cultura.
Network Museum – Ora la domanda relativa al tema dell’anno. Come definirebbe un museo intelligente?
Matteo Zaramella – Dipende da cosa si intende con il termine “museo intelligente”. Se ci si riferisce alla gestione interna, allora lo definirei come un museo aperto all’innovazione tecnologica, che si impegna costantemente a rinnovarsi, migliorando l’esperienza offerta ai visitatori e investendo nella ricerca per approfondire e ampliare le conoscenze nelle aree che tratta.
Se invece si parla di “museo intelligente” in senso futuristico, allora lo immagino come un luogo altamente interattivo, in cui l’esperienza viene personalizzata in base alle caratteristiche del singolo visitatore: dai gusti personali all’età, fino agli interessi specifici. L’obiettivo sarebbe offrire a ciascuno un percorso coinvolgente, su misura, capace di valorizzare al massimo i contenuti culturali.
Con l’avanzamento dell’intelligenza artificiale, molte di queste soluzioni stanno già diventando realtà, e sono convinto che nei prossimi anni vedremo un numero sempre maggiore di applicazioni intelligenti all’interno dei musei. Sarà un cambiamento importante, destinato a trasformare radicalmente il modo in cui viviamo la cultura.
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Coordinate di questa pagina, fonti, collegamenti ed approfondimenti.
Title/Titolo: “Why don’t you speak?”/”Perché non parli?”
Section/Sezione: Technomuseums/Tecnomusei
Author/Autore: Network Museum
Guest/Ospite: Matteo Zaramella (brAin Company)
Code/Codice: INMNET2506301500MAN
Last update/Ultimo aggiornamento: 30/06/2025
Online publication: 6th season, 30 June 2025/Pubblicazione in rete: 6° stagione, 30/06/2025
Intellectual property/Proprietà intellettuale: INFOGESTIONE s.a.s
Content source/Fonte contenuti: INFOGESTIONE – Network Museum
Image source/Fonte immagini: come segnalato dalle didascalie poste in calce alle immagini
Video and multimedia content source/Fonte video e contenuti multimediali: cortesia brAin Company
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