Una “App”… fuori dal coro.


A cura della redazione di Network Museum

http://www.museon.it/
Il marchio MuseOn è di proprietò di iThalia s.r.l.

Ci accompagnano, ci agevolano nel quotidiano, ci lusingano…ci circondano: sono le ormai onnipresenti “App”.
Sembra ve ne siano stormi per ogni azione che un appartenente alla nostra specie debba svolgere nella propria giornata. Utili, e forse anche un poco invadenti, pare che ormai siano loro a connetterci con la realtà che ci circonda, che a sua volta è sempre più connessa con noi in modalità, “retedipendente”. Forse stiamo dipingendo con tinte un poco forti, ma tanto si deve per introdurre i contenuti che ci racconteranno lo stato dell’arte delle applicazioni informatiche presenti nei musei, da cui sempre più dipenderanno, in futuro, propagazione e condivisione della nostra conoscenza.

Il primo ospite di questa sezione è Stefano Bertuzzi, fondatore ed amministratore di iThalia s.r.l., “mamma” e proprietaria di MuseOn, applicazione innovativa dedicata a musei ed affini, che prevede il superamento stesso del concetto di insostituibilità della rete internet. Ci aiuterà nella comprensione del fenomeno “App”, ed in particolare dell’evoluzione “MuseOn”, attraverso una intervista, di seguito riportata, concessa a Network Museum ed un articolo scientifico collegato a questa sezione.


Stefano Bertuzzi

Stefano Bertuzzi
Nato a Bologna nel 1983, dopo la Maturità Scientifica, si laurea in Ingegneria.
È direttore responsabile del bimestrale di filosofia politica “Plus Ultra” è stato presidente della “Fondazione Liberal” Emilia-Romagna.
Ha condotto studi di geopolitica e di gestione delle strategie informatiche per la difesa delle identità digitali. Ha al sua attivo la pubblicazione di saggi storici, filosofici e di testi di narrativa su Kindle, GooglePlay e BooksStore.
Nel 2016 fonda iThalia s.r.l. di cui è amministratore.


Network Museum – Chi è Stefano Bertuzzi?

Stefano Bertuzzi – Un comune stoico, secondo la stoa latina. Durante gli studi d’ingegneria sono stato direttore responsabile d’un bimestrale di etica. Non conosco bene il greco, ma cerco di porvi rimedio al fine di dare il giusto nome alle cose.
Le mie pubblicazioni, che hanno superato le centomila copie distribuite, sono: un pamphlet “contro la violenza sulle donne” dedicato a Telfusa e un romanzetto che anticipò di alcuni anni i fatti che Snowden ha, poi, circostanziati (i social come psicometria di massa, la legislazione statunitense sui nostri dati, il lato oscuro dei servizi informatici free, la pericolosità dell’accesso di soggetti terzi ai serbatoi dei big data e la non controllabilità di chi ha il compito di vagliarli per conto delle istituzioni).
Devo ogni mio pensiero alla tessera di pubblicista che mi ha permesso di passare giorni e giorni a scrivere e riflettere seduto davanti al Plutone di Palazzo Altemps, dinanzi al Diocleziano principe dei filosofi di Caprarola, o cercando di ricostruire la topografia esatta di Roma prima della grande lottizzazione iniziata dal de Mérode.

Network Museum –  Cos’è “iThalìa”?

Stefano Bertuzzi– Una musa con la “i”; un affettuoso sorriso alla “commedia” italiana. E, poi, può esser che sia la sola start up innovativa a vocazione sociale che, in Italia, ha voluto dedicare un brevetto così importante alla Valorizzazione dei Beni Culturali. Di questo devo dire grazie non solo ai nostri giovani soci, ma a tutti quei giovani archeologi, ricercatori e comunicatori che ci sono accanto, ogni giorno, pietra su pietra che – col loro sudore – catalogano e custodiscono.

Network Museum – Cos’è la cultura per Stefano Bertuzzi?

Stefano Bertuzzi – Il radicamento alla comune realtà, che è in tutte le cose, ma ama nascondersi. Qualcosa che va offerto a tutti, nei modi e nelle forme che ne permettano la giusta comprensione. La cultura è la via per essere liberi, per svestire i panni di quei sogni che prolunghiamo nelle ore in cui siamo desti, chiamandoli opinioni.

Network Museum – Cos’è un museo e a cosa serve?

Stefano Bertuzzi Non scomoderei più Hegel, né Eraclito. Un museo deve Conservare e Catalogare, e la maggiore parte delle sue risorse devono essere destinate a questo scopo. Tradurre la Cultura perché sia comprensibile al pubblico viene dopo, era digitale inclusa. Questo passaggio deve essere sostenuto da capitale privato, non pubblico. L’informatica, in particolare, ha altri quanti economici rispetto alla Cultura. Questo è uno dei motivi fondamentali per i quali sono voluto partire da qui. L’economicità e l’efficienza del nostro brevetto sono la via più facile per essere smart senza distrarre capitali. Bisogna andare avanti così e segnare la differenza, anche se la prassi di questi anni dice che le app culturali sono feticci e che, di conseguenza, è bene farle costar care -con quanti più voli pindarici possibile – così da marginalizzare molto e scappare as soon as possibile.

Network Museum – Cos’è MuseOn?

Stefano Bertuzzi Un software eccezionale, riscritto da zero a ogni rilascio di Swift e Kotlin; un progetto privo di librerie per assicurarci di sapere ciò che fa; un’App che non ti spia, che non lucra sulle faccende personali degli utilizzatori.
MuseOn è semplicità ed efficenza, per dare Vita all’Arte senza subire i limiti internet.
Il nostro brevetto si chiama appunto Post Internet Era; non nega la rete, ma si pone un passo più avanti e ha voglia di meravigliarci con le sue qualità. Discrezione, snellezza, aderenza al mandato di Valorizzazione, ecco le chiavi del successo di MuseOn.
Sin che un’App culturale attinga i dati solo e soltanto da internet, sin che si parli di social login, sin che il modello di profitto si basi sui costi d’avvio o sulla profilazione dell’utenza, non vi sarà mai nulla d’innovativo e nulla in grado di superare le condizioni d’esistenza fondamentali per una Guida Multimediale: consumare pochissima memoria e solo un pizzico di batteria.
Insomma, se sei solo un’esca per farti gli affari miei o se mi mandi ko il telefono in mezz’ora, perché dovrei usarti?! Non è forse questa la domanda che ormai tutti ci facciamo prima d’installare un’App?
Senza contare, poi, che nemmeno un maniaco di musei come me s’installerebbe una guida per ogni luogo che visita…

Network Museum – Quali sono i vantaggi rispetto alle altre applicazioni ora in commercio ed aventi la stessa finalità? Quali gli svantaggi?

Stefano Bertuzzi I vantaggi li misuriamo all’ingresso dei Siti Culturali che hanno adottato MuseOn; non appena si crea un minimo di fila le installazioni dell’App raggiungono un riscontro al 30%; li vediamo nel 94% delle recensioni che è a 5 stelle e nell’incremento del numero di recensioni positive che ricevono i musei avvantaggiati dal nostro sistema. Mentre loro salgono le classifiche e guadagnano in visibilità, noi ci occupiamo di creare un nuovo anello del valore, con al suo centro la qualità dei contenuti offerti e lo sviluppo occupazionale per chi li produce.
Lo svantaggio principale? Essere strutturalmente diverso, il richiedere una grande capacità di discernimento. Potremmo apparire più semplici, non sfidare il destino e non farci accusare di voler creare un trust. Potremmo clonare la nostra app appiccicandoci sopra l’icona di ciascun museo con cui collaboriamo. Di certo compiaceremmo in un certo qual modo l’ego del committente. Ma fatto questo che vantaggio vi sarebbe? Tutti, come ora avviene, cancellerebbero l’App una volta terminato l’uso e addio vantaggi di rete. Noi, giusto per far un esempio, portiamo sino al 25% del pubblico d’un sito verso i luoghi d’interesse vicini. Perché rinunciare a tutto questo in nome d’una iconcina? Perché rinunciare a poter comunicare con l’utenza? Perché mandare al macero la possibilità di permettere il salvataggio di qualche contenuto, la sua condivisione, la sedimentazione nel tempo dell’esperienza culturale?

Network Museum – Come reagiscono i musei all’incalzare della tecnologia?

Stefano Bertuzzi – Cercano con tanto entusiasmo di stare al passo, investono in tecnologia anche molto più di quanto faccio io che dirigo un’azienda digitale.
Fossi in loro, prima di aprire il portafogli, pretenderei che un social o un’app mi portino un incasso reale.
C’è una magnifica lettera aperta dell’ex ministro che estese il Codice dei Beni Culturali, dice: “Abbiamo scoperto con un ritardo di anni che abbiamo regalate le nostre identità digitali a delle multinazionali capacissime di lucrarci sopra, quando ci accorgeremo che stiamo regalando la nostra identità collettiva (la Cultura) a quelle stesse aziende?”.
La normativa è assente su questo problema, ma – nel frattempo – si frenano progetti universali come MuseOn (parlo di Consip che obbliga i musei a dotarsi di App vecchio tipo, ad hoc, una per ogni singolo polo).
Anzi, a dirla tutta, la lettera di Urbani andava oltre: “Quando ci accorgeremo che non stiamo dando seguito a quelle parti del Codice che ci obbligano a dare spazio all’iniziativa privata di valore sociale e che stiamo bloccando l’accesso delle startup con gare e bandi che accorpano molti servizi e, giocoforza, si rivolgono solo e soltanto alle grandi società tradizionali?”.

Network Museum – Come reagisce il pubblico? 


Stefano Bertuzzi – Più che divertito, più che a bocca aperta per qualche effetto wow (belli, ma da realizzare con gli introiti delle app, senza ricorrere alle casse pubbliche), io vedo il pubblico di MuseOn molto interessato.
In questo primo anno d’attività abbiamo registrato dati che non mi sarei mai atteso. A La Venaria Reale, con un pubblico italianissimo, abbiamo un tasso d’acquisti elettronici pari a quello degli acquisti tradizionali in cassa. Questo è un dato epocale. Certo, noi ci siamo dati da fare e siamo gli unici ad avere superato i controlli di sicurezza richiesti per supportare G-Pay, ApplePay, Carte e Paypal; ma vedere che persino noi italiani amiamo pagare col telefono è qualcosa d’assolutamente sorprendente. Per il prossimo anno stiamo studiando una via sicura per approcciare AliPay e WeChat, rivolgendoci anche ai turisti Cinesi. Dimenticavo, MuseOn ha già i comandi tradotti in tutte le lingue europee, in Russo, in Cinese e in Giapponese.
L’altro dato fondamentale e che non m’attendevo fosse tanto radicale è che i contenuti scientificamente curati, ma scritti con un taglio privo di coinvolgimento emotivo, hanno un tasso di consultazione del 4~5%; quelli scritti in modo più coinvolgente raggiungono il 94% di consultazione, con una durata massima di 5 ore consecutive d’utilizzo (di batteria ne consumiamo proprio poca!) e una media di 2 ore.
Ultimo dato, ciliegina sulla torta, è quello che valuta l’interesse del pubblico e l’efficacia culturale della proposta: darò un numero secco, 84!
84 sono le volte che, in media, i nostri utenti sono usciti da MuseOn durante la visita e 84 sono le volte che vi sono rientrati. Ciò significa che volevano continuare a usare l’App, che gli è interessata, che è stata utile e che, pur ricevendo notifiche varie, pur fermandosi, pur andando al bar o pur godendosi in silenzio e solitudine la bellezza del luogo che stavano vivendo, i visitatori sono sempre tornati a MuseOn per aver un compagno di scoperte o un supporto che permettesse loro di seguir meglio ciò che stava spiegando la guida professionale.

Network Museum – È necessario il ricorso alla tecnologia? Perché?  

Stefano Bertuzzi – Banca Intesa ci ha affiancati ad alcuni esperimenti davvero eccellenti, condotti da centri di ricerca italiani; è stato dimostrato tramite sensori che misurano il battito cardiaco, la dilatazione oculare e le sinapsi cerebrali, che il 30% del contenuto espressivo delle opere d’arte viene immediatamente percepito dallo spettatore. La restante parte di comprensione deve essere indotta. È importante creare il giusto bilanciamento fra il lavoro diretto degli operatori e le tecnologie di supporto. Pensiamo all’arte moderna, che è un’espressione di sintesi d’un processo speculativo spesso complesso e invisibile; le immagini suggestive, la realtà aumentata, la voce narrante dell’autore sono uno strumento fondamentale per scomporre le nuove forme d’arte e per percorrere a ritroso la loro gestazione, giungendone sino ai motivi primi e a una piena comprensione. Nel contempo la nostra tecnologia è l’ideale per calare il visitatore nel contesto storico e filosofico delle opere d’arte più antiche.

Network MuseumTorniamo a MuseOn: come il sistema museale sta accogliendo la vostra applicazione?

Stefano Bertuzzi Vi è un grandissimo interesse da parte dei direttori dei musei, degli accademici, dei tanti professionisti del settore (primi fra questi i giovani ricercatori). Gli apparati burocratici hanno la loro naturale inerzia e non fanno salti di gioia per adottare nuovi sistemi, pur se costino meno delle vecchie soluzioni e pur se siano redditizi.
Vi sono, però, istituzioni come il Comune di Bologna, dotate di grande fermento operativo e di voglia di sperimentare, che sono state in grado d’aiutarci nell’accesso a sistemi complessi come il Portale Acquisti in Rete (pensato per vedere prodotti di largo consumo e penalizzante per le soluzioni innovative/nuove). Non siamo ancora riusciti a stabilire nessun dialogo con gli uffici del Ministero, seppure una personalità fondamentale per la riorganizzazione della Cultura in Italia abbia scritto alcune considerazioni molto rilevanti sul rapporto fra le iniziative come la nostra e taluni articoli del Codice.
Di pari passo non siamo ancora riusciti a stabile un confronto con la Direzione Generale Musei.
Ci assumiamo la colpa di questi dialoghi mancati, siamo sempre troppo occupati a sperimentare e affinare il prodotto.

Network MuseumQuali sono le resistenze all’adozione di una tecnologia e in particolare alla vostra applicazione?

Stefano Bertuzzi La resistenza fondamentale è giusta: non si vuole che nascano monopoli. Il problema è che l’informatica è un sistema verticale: ciò che viene frammentato in Italia è destinato a essere assorbito da una piattaforma di rifermento straniera. Dopotutto noi italiani, che abbiamo quasi inventato i computers, non ne produciamo nemmeno più.
Vogliamo tenere le pubblicità fuori da MuseOn e garantire agli utenti un certo controllo qualitativo sui contenuti offerti, vogliamo creare un vettore che veicoli al meglio ottime produzioni e ne consegniamo le chiavi di redazione alle istituzioni con cui collaboriamo.
MuseOn non può essere un monopolio perché sono i gestori del nostro strumento, i ricercatori, i creatori di contenuti ad arricchirlo e a far felice l’utenza. Noi diamo ai musei il mezzo per raggiungere meglio l’utente finale e per fargli scoprire nuove destinazioni.
Vi sono poi le già citate inerzie del sistema, gli infiniti appuntamenti operativi ai quali, puntualmente, ci si dimentica di convocarci, le piccole solite trappole che affossano i processi innovativi nel nostro paese. Cose alle quali è meglio non far caso e passar avanti.
Per ultimo c’è la resistenza più dolorosa, quella delle guide professionali e degli operatori che lavorano nei musei. Questa è un’inerzia che non calcolavo, perché abbiamo progettato ogni cosa per non stravolgere il loro compito, anzi per facilitarlo.
Se hanno “paura di noi” significa che spesso sono pagati male, che si sentono “non fondamentali”, che hanno nel cuore il timore d’essere facilmente rimpiazzabili. E, se un’App funziona, vi è chi teme di non aver futuro.
Questa è la sfida che più mi sta impegnando. Perché un’App che ha molti utenti e che genera introito è il miglior biglietto da visita per raggiungere i visitatori e per meglio accoglierli, ma è anche capitale da reinvestire per retribuire meglio gli operatori e i tecnici, per dare loro maggiori risorse con cui compiere studi e produzioni.

Network Museum – Come vede il futuro dei musei, della didattica e della propagazione della conoscenza in relazione al progresso tecnologico ed all’evoluzione sociale?

Stefano Bertuzzi – Se non saremo in grado di creare una piattaforma italiana di riferimento, vedo il futuro in mano a qualche colosso straniero, che copierà i contenuti da una wikiqualcosa, alla faccia del nostro potere di controllo sulla qualità del servizio offerto e sulla possibilità di generare occupazione.
Persa le gestione del nostro Patrimonio Culturale che ci rimane?
Ammiro quelle geniali amministrazioni che con tre viaggi in Asia e un sapiente, non auto invasivo, uso del mercato digitale hanno duplicato o triplicato il numero dei visitatori. 
Ma per saper scegliere, dicevamo prima, bisogna saper uscire dalle proprie opinioni. Che dire? Serve Cultura.

Network Museum – Ora la domanda collegata al tema dell’anno: cosa e come comunicano i musei?

Stefano Bertuzzi Cosa comunicano? Genialità, la fantasia dei popoli. È il come lo fanno che è il vero problema da risolvere. Servono linee guida, urgono linee guida. Bisogna tener presente a chi stiamo regalando foto, testi, controllo sui nostri Beni Culturali. Bisogna decidere che regole generali dobbiamo darci.
Il digitale si’llude d’aver superato l’editoria tradizionale. A volte il digitale è più reale, terra terra, questo è vero; ma che linea editoriale ha? Chi la decide? Vogliamo un potpourri in cui – per far marketing – scontorniamo gli affreschi erotici pompeiani e li sovrapponiamo alle foto dei lupanari, mentre, altrove, ancor si parla di influssi reniniani nella maniera guercinesca? (Confronto senza polemica gli opposti oggi esistenti)
Credo sarebbe meglio dar una certa uniformità e una sana continuità ai grandi e sinceri sforzi che tutti compiono in questo settore.
E qui si torna al motivo per cui abbiamo voluto offrire una piattaforma universale che si auto personalizza per ogni sito in cui sia in funzione…

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Coordinate di questa pagina, fonti, collegamenti ed approfondimenti.

Titolo: “Una App… fuori dal coro”
Sezione: “Tecnomusei”
Autore: Network Museum
Ospite: Stefano Bertuzzi
Codice: INET1904010900MAN/A3
Ultimo aggiornamento: 01/04/2019
Pubblicazione in rete: 3° edizione, 01/04/2019

Proprietà intellettuale: INFOGESTIONE s.a.s
Fonte contenuti:  iThalia s.r.l. – Ing. Stefano Bertuzzi
Fonte immagine: cortesia iThalia s.r.l.
Fonte video e contenuti multimediali:

Collegamenti per approfondimenti inerenti al tema:
https://www.networkmuseum.com/2019/04/01/app-e-valorizzazione-dei-beni-culturali/
www.ithalia.it
http://www.museon.it/