La copertina

DIMENSIONI
di Gian Stefano Mandrino
Morte, conoscenza, vita: tutto ciò mi affascina, se non fosse per il disgusto verso l’ignoranza di molti della mia specie, che in un milione e mezzo di anni non sono riusciti ad avanzare oltre la morte, preparandola, di generazione in generazione, con strumenti sempre più sofisticati e perversamente utilizzati.
Questo mio nuovo editoriale, che apparirà durante il periodo delle festività di fine e di inizio di anno, si ricollega per certi aspetti alla scorsa copertina ed è riflessione sul tema dell’anno dedicato alla intelligenza museale.
Cosa accade durante una visita ad un museo? A parte il fatto di non essere un argomento molto praticato, cosa intercorre tra l’osservatore e l’osservato, tra il percipiente ed il percepito?
Non scomodiamo, per il momento, le neuroscienze, rimaniamo nell’ambito della “filologia museale”, a livello di macrosistema “cogni-percettivo” o, per essere coerenti con la nostra “Teoria della Configurazione”, di cui anche per questa stagione continueremo a condividere i progressi attraverso la sezione “Ricerca”, chiediamoci, però, cosa possa accadere nella configurazione del visitatore.
Immaginiamo un piano, una superficie su cui collocare con l’immaginazione ciò che ci raffiguriamo della nostra vita. Entriamo, durante queste vacanze di Natale, in un museo con ancora il gusto della marmellata sul burro, del cappuccino e del mix spremuta di arance/dentifricio dell’ultima salita in camera prima di uscire dall’albergo.
Su questo nostro “piano di ricordi re-immaginati” forti sono ancora le proiezioni delle sensazioni e delle immagini della nostra colazione, per esempio, delle carezze scambiate con il nostro partner nel dolcissimo poltrire nel letto della camera d’albergo, della cerimonia della vestizione dei pargoli, già svegli ed eccitatissimi per aver dormito da soli in una stanza con frigo e tv a disposizione.
La prima bacheca espone la sezione di un corpo, oppure una bandiera di guerra ancora macchiata di sangue, oppure passiamo su di un pavimento, che ci racconta che proprio vicino a casa nostra un tempo costruivano motori di aerei e camion; nella sala accanto, in posa dal 1700, esponenti della nobiltà genovese vi guardano come chi sapesse di essere guardato e desiderasse, quasi certo, che tutto ciò durasse per sempre.
Cosa accade veramente, al di fuori di noi e dentro di noi? Ripeto: non limitiamoci ai processi neurologici, alle varie aree cerebrali attivate, alla produzione ed alle risposte ingenerate da neurotrasmettitori e molecole di varia entità, perché potrebbe essere, in questo caso, limitativo, in quanto necessiteremo di ulteriori approfondimenti nella scala delle grandezze quantistiche, per esempio, tali da permettere una lettura ancora diversa, ma non ancora conosciuta, al momento.
In realtà (anche se stona un poco iniziare questo periodo con questo termine, ancora più sfuggente nel presente contesto), possibilità o meno di variare la scala di esplorazione, l’unica cosa a non esistere più, o meglio di cui non avrebbe molto senso parlare, siamo appunto “noi”, che stiamo visitando il museo.
È una delle tante epifanie della morte, che non si manifesta solamente nei musei: è sempre ed ovunque presente, ma in certi luoghi si fa più “palpabile”, più concreta, rendendo proprio meno “reali” noi stessi.
Diventiamo come un grande “incrocio” (i colleghi che vanno pazzi per coniare termini simil-anglofoni direbbero degli “hub”), come se, improvvisamente, il piano del quotidiano descritto prima, venisse intersecato da millanta altri piani, che forse non riusciamo a percepire, se non per una sorta di riverbero, di retrogusto, di confusi stati d’animo, di turbinii di immagini e suoni all’interno di noi. Non riusciamo, in realtà, a collocare tutto ciò sul piano del nostro quotidiano, ma avvertiamo, se non la presenza, la necessità di quegli ulteriori piani, che si intersecano o si compenetrano, rendendo quello della nostra quotidianità e quello della nostra istintività (pensate ai continui riferimenti alla sessualità tipici dei maschi della nostra specie, che, per molti, costituiscono un piano a sé) in un certo senso inidonei, superati.
Se non servissero ad altro, i musei avrebbero tra le peculiarità, la capacità di catalizzare l’insorgere di nuovi piani di proiezione, che, se alimentati da informazioni, ragionamenti, stati d’animo ed interazioni con varie espressioni energetiche (per esempio si pensi al lavoro di uno studioso), costituiscono le soglie di vere e proprie dimensioni. Quello che in arte si identifica come pathos, si va ad “epifanizzare” in forme e modalità sempre più coinvolgenti sino ad interessare abitudini, stili di vita, professioni, ricerche e confessioni esistenziali.
In questi giorni molti visitano, e chissà perché, rappresentazioni della nascita di Gesù Cristo, ideate da San Francesco di Assisi, che forniscono una istantanea di quell’evento secondo il racconto dei Vangeli, della tradizione ecclesiastica e popolare. Perché? In un’epoca in cui la teologia era astratta e distante, Francesco volle riportare la fede alla sua radice: la semplicità della nascita di Cristo. Eppure quanti pregano davanti a questa scena! Quanti di fronte ad espressioni artistiche, di argomento religioso o meno, variano la propria condizione sino a raggiungere altre modalità di percezione e di comportamento?
Ecco, quindi, il nocciolo della questione, che, sono certo, fisica e biologia quantistica contribuiranno un giorno a spiegare. Siamo certi che la nostra unità psicosomatica non possa favorirci l’accesso ad altre ed infinite varianti di sé, come fosse una “unità psicosomatica multiversale”, ovvero la condizione in cui ogni essere umano è corpo-mente indivisibile, ma al tempo stesso riflette ed influenza infinite possibilità di sé, come se fosse un nodo di risonanza nel multiverso, rifacendosi, per esempio, proprio all’omonima teoria? Non si spiegherebbe, così, quello strano stato d’animo, quella serpeggiante eccitazione, quel vero e proprio orgasmo intellettivo, che ci premia ogniqualvolta riusciamo ad essere più consapevoli di un rapporto tra noi e ciò che ci circonda?
Morte e conoscenza a questo punto si intrecciano. Ogni rapporto che ci porti ad una maggiore consapevolezza ci fa morire a ciò che eravamo prima, per divenire qualcosa di altro, di diverso, di oltre al noi predecessore, la nuova fase di un processo. Passatemelo, ma non posso non pensare alla saga degli Highlander, a quel “Ne rimarrà uno solo”, ma privato della modalità selettiva a favore di quella inclusiva, di un processo volto a sfociare in un satori cosmico, dove ogni relazione percezione-percepito diventa essere.
Quale mirabile ruolo, fossi un copista de Il Nome della Rosa, scriverei a questo punto, a proposito della cultura. Il pensiero ora mi porta a coloro, che confondono cultura con posti di lavoro, con posizionamento sociale, con eugenetica della collettività, come espressione di rivalsa, di separazione, di disaggregazione.
La celebre frase “Chi legge vive mille vite prima di morire. Chi non legge mai ne vive una sola”, di George R. R. Martin, autore della saga Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, sono profetiche rispetto a questa mia visione ora condivisa, così come la pellicola prima citata e come altre espressioni epifaniche che arte e scienza hanno donato alla nostra specie.
Quella strana emozione, ritornando agli stati d’animo descritti poco sopra, che ci rende più vivi, percependoci un poco altri dal nostro abituale sentirci al mondo, non potrebbe forse essere preludio di un destino più dilatato e completo? Siamo certi di questa nostra dimensione, visto che, malgrado tutti i sapientoni che ho conosciuto nella mia vita, nessuno è riuscito mai a dimostrarmi dell’esistenza di ciò che chiamiamo “vivere”, se non con argomentazioni più simili al sogno buddista che non ad una soddisfacente giustificazione.
Morte, conoscenza, vita: tutto ciò mi affascina, se non fosse per il disgusto verso l’ignoranza di molti della mia specie, che in un milione e mezzo di anni non sono riusciti ad avanzare oltre la morte, preparandola, di generazione in generazione, con strumenti sempre più sofisticati e perversamente utilizzati. Tutto ciò invece di percorrere le infinite dimensioni, che, come buone sirene, ci chiamano ogni volta che chiediamo l’ispirazione alle loro sorelle muse, anche per poco, per la sola visita in uno dei loro templi, anche con il sapore in bocca del dentifricio alla arancia di una vacanza di Natale. Una banalità, forse, che presto potrebbe divenire un lontano ricordo della dolcezza di un perduto quotidiano, che sapeva di infinito, giocato, parafrasando De André, all’ombra di macerie di un Aprile, che non saprà di primavera.
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Title/Titolo: Dimensions/Dimensioni
Section/Sezione: The cover/La copertina
Author/Autore: Gian Stefano Mandrino
Guest/Ospite: –
Code/Codice: INMNET2512161130MAN.A1
Last update/Ultimo aggiornamento: 16/12/2025
Online publication: 7th season, 16 December 2025/Pubblicazione in rete: 7° stagione, 16/12/2025
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