La copertina

SENSUALITÀ
MUSEALE
di Gian Stefano Mandrino
Una riflessione sull’importanza dell’atto cognitivo, una attività, forse l’unica, in grado di trascendere la condizione umana, per traghettarla verso altre dimensioni. Un aspetto, l’atto cognitivo, molto più importante e serio di quanto comunemente si possa ritenere.
“Cosa accade durante una visita ad un museo?” Avevo iniziato così la scorsa copertina (rintracciabile negli archivi del sito ed ancora in vendita nelle migliori edicole di Londra – non è vera la storia delle edicole, ma l’informazione sugli archivi sì n.d.r.). Avevo poi continuato la citata copertina con “Se non servissero ad altro, i musei avrebbero tra le loro peculiarità, la capacità di catalizzare l’insorgere di nuovi piani di proiezione, che, se alimentati da informazioni, ragionamenti, stati d’animo ed interazioni con varie espressioni energetiche (per esempio si pensi al lavoro di uno studioso), costituiscono le soglie di vere e proprie dimensioni. Quello che in arte si identifica come pathos, si va ad “epifanizzare” in forme e modalità sempre più coinvolgenti sino ad interessare abitudini, stili di vita, professioni, ricerche e confessioni esistenziali”.
Mi si passi ora, con il retrogusto di panettoni e di lenticchie ancora vivo sulle papille, una seria riflessione teologica, di cui al termine di questo editoriale vi darò conto.
Il periodo del Natale (per chi frequenta le chiese come teatri da quando il sacerdote smette la casula verde a quando se la rimette, tanto per grossolanamente intenderci) va, liturgicamente parlando per il culto cattolico, dal giorno di Natale al Battesimo di Gesù. È un periodo caratterizzato da tutta una serie di epifanie del divino e, soprattutto, è tutto un susseguirsi di espressioni di “incarnazione” nella nostra specie e nella nostra immanenza di una Entità, che, per credenti e non, appartiene ad un’altra dimensione esistenziale, anzi la definisce. Gesù nasce, rivestendosi di carne, viene visitato da varie categorie sociali, si presenta trentenne davanti a suo cugino, Giovanni il Battista, per farsi battezzare secondo il rito di quest’ultimo, una variante di alcuni riti di battesimo già presenti nella Palestina di allora, più simile ad una rinascita, ad un cambiamento di dimensione, che ad un rito purificatore. Dobbiamo ricordare che prima del XX secolo non sono passate alla storia vittorie navali della marina israeliana e neppure epiche gesta di marineria: quel popolo considerava il mare, e tutto ciò che era presenza acquosa in quantità, come la morte, un poco come mia nonna paterna, che ogni qualvolta vedeva il mare, da brava figlia delle colline alessandrine, sentenziava un maccaronico: “Mare, vidit et fugit!”.
Restiamo alla serietà del riferimento teologico. Cosa significa “incarnarsi”?
Per un non umano significa esprimere la propria essenza in un una dimensione al carbonio, di carne, appunto. Il Santo Bimbo nella grotta, secondo la tradizione, descrive bene questo cambiamento di dimensione. Il Gesù adulto, però, cosa vuol esprimere con il suo battesimo, che pretende da Giovanni, malgrado questo sia consapevole della disparità di posizione tra i due? L’accaduto ci racconta che il suo processo di incarnazione non si limita ad un corpo, ma desidera espandersi in ogni aspetto dell’esperienza umana, per uscirne, dopo qualche anno, con la morte e dalla morte, ritornando, così, alla sua dimensione (divina per chi come me lo crede) originaria. Nel mezzo, secondo i dettami della Chiesa Cattolica, una incessante serie di attraversamenti di dimensioni: dai cambiamenti dell’immanenza del quotidiano (i segni o miracoli) a quelli (più importanti) della prospettiva sociale, culturale, psicologica ed antropologica.
La questione del cristianesimo diventa, pertanto, così riassumibile: se volete capire qualcosa, cara specie homo sapiens geolocalizzata e culturalmente definita nella Palestina dell’Impero Romano, e fare luce su chi siate, su cosa sia la vostra vita così dolorosa ed inutile, dovete essere disposti a cambiare le dimensioni che caratterizzano il vostro immanente fisico, cognitivo e relazionale. Pilato, lo sventurato prefetto del momento in Palestina, che, come qualcuno si ricorderà, dovette giudicare Gesù, a tal proposito fece la domanda più intelligente dell’intero dramma dell’incarnazione: “Cosa è la verità” (Giovanni 18,38), ovvero, cosa è e quale scopo ha questa nostra dimensione? Personalmente a me suona un po’ come se un generale U.S.A. avesse un rigurgito critico sul concetto di democrazia, riferendosi alla modalità di esportazione della stessa, moto di profonda lucidità prontamente rientrato nei ranghi, che non interagirà più con l’ufficio del funzionario romano.
Torniamo ora ai musei.
È da poco trascorso, appunto, il periodo di Natale. Ci portiamo addosso il sapore delle colazioni lente, per i più fortunati delle stanze d’albergo, dei gesti familiari, che si ripetono come piccoli riti. Torniamo, forse, nei musei con un corpo, che non è mai neutro. Siamo ancora impregnati di sensazioni, di odori, di memorie recenti. Appena ne varchiamo la soglia, qualcosa si altera: il nostro piano quotidiano, quello che nella copertina precedente ho descritto come superficie di ricordi re‑immaginati, viene attraversato da altri piani, altre possibilità, altre dimensioni.
È in questo stato di sospensione che mi torna una domanda semplice e vertiginosa: perché entriamo in un museo. Cosa sta cambiando in noi in virtù di tutta questa offerta culturale, che anno dopo anno diventa più “glamour”, luccicante come i cartelloni di un musical americano, sostenuta da cifre sempre più crescenti e sbandierate, che segnalano record di accessi con fervida partecipazione agonistica. Stiamo diventando più colti, o meno colti, ovvero, più consapevoli o meno consapevoli circa le ragione della nostra esistenza? Oltre ai “come”, stiamo risolvendo qualche “perché”, oppure ci è sufficiente una vita non troppo dissimile a quella di una ameba, solo un poco più “agitosa” (con tutto il rispetto per tali creature, che magari sono al corrente del “tutto” e ci devono pure sopportare, quale ultima specie ad essere all’oscuro di quel “tutto”?).
Eppure, nei musei, qualcosa resiste. Qualcosa ci chiama. Qualcosa ci ricorda che siamo ancora unità psicosomatiche multiversali, come scrivevo nella copertina precedente: nodi di risonanza tra piani, possibilità, memorie e futuri.
Forse la cultura non è mai stata un insieme di nozioni, ma una soglia. Una porta verso altre modalità di essere. Un esercizio di incarnazione. La domanda iniziale, forse, trova una risposta diversa: diventiamo più colti ogni volta che ci lasciamo attraversare. Diventiamo meno colti ogni volta che restiamo impermeabili. Pensate a quel “Cosa è la verità”, al penoso dialogo tra Pilato e Gesù, tanto per rimanere alla chiosa iniziale. Dopo il quesito sopra citato (banale forse, ma eloquente per un rozzo militare, che a Roma aveva appena perso la protezione politica e doveva barcamenarsi in un mondo “romanamente/USA pacificato” tra rivoluzionari ebrei e scaltrissime caste sacerdotali dell’Israele di allora e di oggi) il burocrate scioglie, come le lacrime nella pioggia come il più famoso replicante della storia della letteratura fantascientifica, intelligenza e dignità esistenziale nella crudele ragione di stato e della convenienza personale.
La cultura non è un possesso: è una metamorfosi. Ogni museo, ogni opera, ogni gesto di attenzione è un invito a morire un po’, per rinascere più vasti, più sensibili, più consapevoli.
Forse essere colti significa semplicemente questo: accettare di non essere più gli stessi dopo aver percepito, ma accettarlo sul serio, intendiamoci.
C’è una febbre che attraversa i musei contemporanei: la corsa alla multimedialità. Schermi, proiezioni immersive, audio avvolgenti. Una proliferazione di tecnologie, che promettono esperienze “totali”, ma che, troppo spesso, restano confinate dentro la stessa gabbia sensoriale: vista e udito. È una multimedialità che espande l’occhio, amplifica l’orecchio, ma lascia intatto il resto del corpo. Eppure il museo, per sua natura, non è un cinema né un planetario. Il museo è un ambiente sensoriale, un ecosistema percettivo che può e deve coinvolgere l’intera unità psicosomatica del visitatore.
La sensorialità museale non è un effetto speciale: è una grammatica. È il modo in cui lo spazio, la luce, le superfici, le temperature, i silenzi, gli odori, le posture ed i ritmi del percorso costruiscono un’esperienza incarnata. È ciò che permette al visitatore di non essere più solo osservatore, ma corpo che sente, presenza che si trasforma.
Oggi più che mai, mentre i musei rincorrono l’ennesimo schermo, diventa urgente ricordare che la percezione e l’attività cognitiva non sono un atto bidimensionale. La percezione è un campo complesso, un intreccio di sensi che dialogano, si sovrappongono, si contraddicono, si amplificano. Un museo che parla solo a due sensi è un museo che rinuncia alla sua potenza più profonda: quella di attivare il visitatore come essere multisensoriale, come nodo di risonanza tra mondi, memorie, emozioni e possibilità.

proprietà intellettuale INFOGESTIONE s.a.s.
La sensorialità museale è anche un atto politico. Significa costruire spazi più inclusivi per chi percepisce il mondo in modi diversi: neurodivergenze, ipersensibilità, ipo-sensorialità, difficoltà cognitive. Significa riconoscere che non tutti leggono allo stesso modo, ascoltano allo stesso modo, camminano allo stesso modo. Un museo che si adatta ai corpi, invece di chiedere ai corpi di adattarsi, è un museo più giusto.
Bisogna restituire al museo la sua natura originaria: luogo di attraversamento, di risonanza, di trasformazione, di epifanie. Luogo in cui il visitatore non “guarda” soltanto, ma si lascia toccare, si lascia modificare, si lascia sorprendere da quella sottile epifania, che nasce quando il percepito ed il percipiente si incontrano e si trasformano a vicenda.
La sensorialità museale è la soglia attraverso cui il museo torna ad essere ciò che è sempre stato: un laboratorio di consapevolezza, un paesaggio percettivo, una porta verso altre modalità di essere.
Forse, proprio lì, in quella vibrazione sottile tra ciò che vediamo e ciò che sentiamo, tra ciò che ricordiamo e ciò che ci attraversa, si nasconde la vera promessa del museo contemporaneo: non solo mostrarci il mondo, ma farci percepire che possiamo ancora trasformarlo, perché accettiamo il testimone della staffetta esistenziale, perché sintonizzati con quel comandamento ultra umano, che ci chiede di muoverci, di andare, di alzarci e camminare, di credere che siamo fatti per “altro” da scoprire, non da inventare come soddisfacimento di una sensorialità passiva e statica, “a-cognitiva”, che rigetta ogni espressione diversa dalla zona di soddisfacimento di istinti primari individuali e collettivi.
Tuttavia, c’è un piano ancora più profondo, più sottile, più radicale: la sensualità, che, come credente, non riesco proprio a non considerare come una delle più straordinarie caratteristiche del mio Dio.
La sensualità non è erotismo: è relazione viva tra corpi e, per me, tra dimensioni. È ciò che accade quando una entità intelligente ti rivela, rivelandosi, un’opera ti chiama, quando una sala ti invita, quando una luce ti sfiora. È la differenza tra osservare ed essere osservati. Tra camminare ed essere guidati. Tra percepire e desiderare.
La sensualità museale è fatta di prossimità, di distanze calibrate, di curve del percorso, di ombre che accolgono, di superfici che suggeriscono, di pause che respirano. È un museo che non impone, ma seduce nel senso più alto: ti attira verso la conoscenza, non te la consegna.
E allora sensorialità e sensualità diventano due facce della stessa medaglia, dello stesso limite. La prima attiva il corpo, la seconda lo orienta. La prima apre la percezione, la seconda apre il desiderio. La prima ti fa sentire, la seconda ti fa avvicinare.
In un tempo in cui la cultura rischia di diventare un consumo veloce, uno scorrimento, un accumulo di informazioni, il museo può tornare ad essere ciò che è sempre stato: un luogo di trasformazione incarnata. Un laboratorio di consapevolezza, un paesaggio percettivo, in cui il visitatore non “impara”, ma si lascia cambiare.
Forse la vera domanda non è se stiamo diventando più colti. Forse la domanda è siamo ancora capaci di lasciarci toccare. Perché la cultura non è ciò che sappiamo, ma ciò che ci attraversa. Non è ciò che guardiamo, ma ciò che ci modifica. Non è ciò che comprendiamo, ma ciò che ci fa desiderare di comprendere ancora.
Allora sì: la sensorialità e la sensualità museale non sono un vezzo, ma una necessità. Sono il modo in cui il museo torna a parlare al corpo intero. Sono la promessa che, entrando in una sala, possiamo ancora rinascere un po’.
Allora cosa è la verità se non la possibilità di cogliere la nostra consapevolezza al termine della nostra personale evoluzione esistenziale?
Torniamo ora alla chiosa teologica. Ogni credo è, innanzi tutto, una proposta di esperienza cognitiva, che non separa gli ambiti di reattività dell’unità psicosomatica, ma li coinvolge, li integra, li permea, li trasforma e li fa evolvere. Ogni atto divino, qualsiasi sia la tradizione, attua tale paradigma didattico, tale strategia di connessione. Non è una trattazione frontale ed accademica, ma è esperienza, esistenza integrata in altra vita, per rendere la stessa più vitale, compiuta.
Non si tratta di eleggere la cultura a fede, ma di comprendere come aspetti sorprendentemente determinanti la ricerca del senso dell’esistenza attuino le loro rivelazioni in modo così diverso e superiore, senza l’utilizzo di effetti mirabolanti, rispetto a ciò che la nostra specie è riuscita a realizzare sino ad ora. L’atto cognitivo, pertanto, assume una valenza superiore a qualsiasi altra attività umana: dall’ordine dell’angelo Gabriele (Jibrīl), che appare a Maometto ordinandogli di “leggere” o “recitare”, al quesito di Mosè circa il roveto, tutto ci spinge ad una comprensione che coinvolge, che ci permea, che ci rivela e ci fa consapevoli che saremo, perché ci farà essere.
© Copyright Infogestione
Coordinates of this page, sources, links, and further insights.
Coordinate di questa pagina, fonti, collegamenti ed approfondimenti.
Title/Titolo: Museum sensuality/Sensualità museale
Section/Sezione: The cover/La copertina
Author/Autore: Gian Stefano Mandrino
Guest/Ospite: –
Code/Codice: INMNET2601121530MAN.A1
Last update/Ultimo aggiornamento: 13/01/2026
Online publication: 7th season, 13 January 2026/Pubblicazione in rete: 7° stagione, 13/01/2026
Intellectual property/Proprietà intellettuale: INFOGESTIONE s.a.s
Content source/Fonte contenuti: INFOGESTIONE – Network Museum
Image source/Fonte immagini: as indicated by the captions placed beneath the images/come segnalato dalle didascalie poste in calce alle immagini
Video and multimedia content source/Fonte video e contenuti multimediali: –
Links for further insights related to the topic/Collegamenti per approfondimenti inerenti al tema: –
