La copertina

COSA CERCATE?
di Gian Stefano Mandrino
Un viaggio tra domande antiche e musei contemporanei, alla ricerca di ciò che ci definisce.
Nella scorsa copertina, sull’onda lunga delle feste natalizie, mi ero soffermato sulla sensualità come frontiera tra dimensioni esistenziali ed attività cognitive, nonché su come il museo possa favorire questo incontro, questo processo.
Oggi, appena virata la boa della Pasqua cristiano-cattolica, vorrei proseguire questa mia farneticante riflessione tra misticismo post colomba ed attività professionale, ragionando con voi, carissimi venticinque lettori di manzoniana eredità, su cosa possa avvicinare la Pasqua ai musei, gratuità dell’ingresso a parte.
Se vi ricordate (mai domanda fu esternazione di tanto moto retorico) nel mio editoriale precedente, avevo tirato in ballo quello sciagurato di Pilato, lo sventurato prefetto dei tempi del Cristo in Palestina, che, come qualcuno si ricorderà, dovette giudicare proprio Gesù. Nel bel mezzo del suo sommario interrogatorio, pose la questione più intelligente dell’intero dramma dell’incarnazione: “Cosa è la verità” (Giovanni 18,38), ovvero, cosa sia e quale scopo abbia questa nostra dimensione. Dopo poco più di un giorno dal suo verdetto, un gruppo di donne, angosciate, smarrite, disperate, innamorate si reca all’alba presso la sepoltura del Messia, per terminare l’incarnazione disastrosa di un Dio, nato dal dramma di una giovinetta, vissuto in quello dell’umanità, morto in quello personale più completo. Da nessuna parte troverete il “Cosa cercate?” rivolto dagli angeli alle poverette giunte al sepolcro del Dio morto, per terminare quello che si era iniziato in una mangiatoia. Le attende, bensì, una più elegante risposta alla trafelata iniziativa, che, però, tale quesito sottintende: Sbigottite, esse chinarono il volto a terra; ma quelli dissero loro: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto“, almeno così la tradizione cattolica attribuisce al racconto di Luca l’epilogo di una attesa, durata tutto il peggiore sabato della loro vita.
La Pasqua, per me si intenda, è la giornata del dubbio, dove ogni certezza è venuta, viene e verrà a mancare. Nella stessa giornata due poveracci, che chissà quante monete d’esistenza avevano scommesse sull’uomo di Nazareth, si davano certamente e degli idioti, lasciando, opportunamente, Gerusalemme, dove gli amici del Crocifisso avevano capito, che avrebbero rischiato di seguire il loro capo in modo un po’ troppo radicale e costoso anche per una carriera di luogotenente del Messia. Me li immagino chiedersi, sulla via per Emmaus, cosa fosse andato storto, come fanciulle abbandonate il giorno prima del matrimonio. Sembrava quello giusto, guariva le malattie, risuscitava i morti, aveva una parola per ogni disgrazia ed una soluzione per ogni ineluttabilità.
Ora torniamo alla Pasqua, quella ebraica, precisamente una quarantina di anni prima (non è vero: tutti sappiamo del senso del numero quaranta in certe culture) della liberazione del popolo eletto dal “giogo” egiziano. Anche in quel caso tutto è stato innescato da una domanda. Un banalissimo roveto (più che di dubbia di inventata esistenza, dal solo scopo didascalico), che ardeva senza consumarsi, come la coscienza di quel Mosè decaduto ed umiliato, a cui doveva rodergli il fegato come mai si sarebbe aspettato, tanto da non sapere più a chi chiedere della sua improvvisa infelicità.
La Pasqua è proprio l’apoteosi dei quesiti tormentosi, di quelli che raramente ti colpiscono, ma quando lo fanno sembra che il tuo stesso fratello di stia prendendo a sberle, a tal punto da chiedergli: “ma con chi stai, come me o con chi? Non mi riconosci più, ma cosa ti ho fatto?”. È da quel momento nulla è più come prima.
Ecco Mosè, Pilato, le donne, i discepoli di Emmaus, gli stessi Pietro e Giovanni: ad un certo punto del dramma tutti iniziano a muoversi come attori privati del copione di ciò che stanno mettendo in scena. Tutti si agitano, nessuno capisce, saltano le parti, la trama, il lieto fine sembra sfuggito per sempre.
Mi si permetta ancora una chiosa evangelica: ed i magi ed i pastori, quelli di una trentina di anni prima? Anche questi si sono mossi, anche questi sono andati, ma con spirito completamente differente rispetto ai primi. Anche loro non sanno, ma prima di ogni mossa, viene colmata loro la lacuna del perché esistenziale: viene data loro una soluzione, una prospettiva, una chiave di lettura, una rotta, un percorso, che rende finalmente il banale eccezionale, il miserrimo esultante, l’ignoranza risolta. I secondi sono mossi solo dalla disperazione di chi si rende conto di aver smarrito molto di più di un corpo, che non avevano ancora saputo sostituire, superare, traguardare oltre quella loro stessa confortevole immanenza. La trasfigurazione di una condizione disperata in un futuro di beatitudine coincideva con una persona, con la sua fisicità, collimava troppo con l’esistenza, le dinamiche, le aspirazioni e le comodità terrene. Forse, solo per la madre e qualche altra, per quel qualcosa che solo le donne sanno coltivare nel proprio intimo, hanno saputo traguardare per qualche istante oltre il tempo, lontano dalla loro condizione, ma questo allora, ora nulla di più. Ora tutti si trovano con una scatola di montaggio, di cui non trovano il libretto di istruzioni o il QR per connettersi al sito del come si fa adesso? Il vaso sembra essersi rotto in troppi cocci. Di tutta quella aspettativa, ora non rimangono che movimenti inconsulti come di api private della loro regina: il senso del tutto ora è orfano del tutto stesso.
Partendo dalle donne e passando per quelli di Emmaus, presto saranno date delle informazioni a tutti gli attori del dramma, che permetterà loro di avanzare nel dramma della salvezza dalla morte. A loro volta spiegheranno, a coloro che si chiameranno cristiani, come evitare di finire privati di queste istruzioni preziose come la vita stessa, che già in principio erano e senza le quali nessuno di loro potrà dire “sono”.
Ora, se siete giunti illesi fino a questo punto vi chiederete cosa c’entrino i musei ed i visitatori con tutto questo delirio post liturgico. La risposta è l’essenza stessa di ciò che chiamiamo musei. Immaginatevi un ipotetico percorso museale di ogni attore di cui ho trattato e di come inserirlo all’ingresso di un museo. Le donne si sentirebbero chiedere alla biglietteria il motivo della loro visita, Giovanni e Pietro sarebbero arrivati in una sala, in cui si stavano disarmando le installazioni espositive, rimesse in ordine, per replicarle altrove, come se l’esposizione non avesse mai termine. Quelli di Emmaus, apparirebbero come quelli che, ingaggiando una guida, si sarebbero accorti che la stessa cicerone non era, bensì l’autore di tante mirabilia. Era così bello per loro ascoltarlo, perché parlava “come chi ha autorità su ciò che ha creato” e sapeva far ardere il cuore. Mosè forse si sarebbe perso proprio nell’ultima sala, logorato dalle tante questioni sollevate dal gruppo vacanze che si era portato appresso. Pastori e Magi, iscrittisi ad un corso propedeutico i primi, ad una facoltà universitaria i secondi, avrebbero trascorso la giornata in assoluta estatica contemplazione di quanto esposto, godendone ogni momento ed ogni aspetto, apparenza e ragione.
Fossi un direttore di museo mi chiederei proprio cosa il mio pubblico pagante stia cercando, ovvero che tipo ti sepolcro dirigerei. La fruizione di un museo, anche quello apparentemente più lineare e semplice per argomento ed impianto didascalico, potrebbe risultare inutile o, addirittura, controproducente per il visitatore se l’ente espositivo non risultasse in grado di fare collimare il paradigma di impressione con quello di espressione, come diremmo noi in dottrina di ricerca.
Spieghiamoci meglio. Così come lasciare un bisturi affilato nelle mani di un infante può risultare più che pericoloso per l’integrità del medesimo, la visita ad una collezione può ingenerare nell’astante, se non pericolo, certamente delle mancate occasioni di soddisfacimento della configurazione di quei tanti tasselli culturali ed esistenziali, con cui ci rappresentiamo l’esistenza nostra ed altrui. Visitare luoghi zeppi di capolavori, senza riportare l’esperienza ad una concreta relazione visitatore e ciò che è visitato è come leggere un libro in cinese, conoscendo solo il latino. Non è detto che non si possa apprezzare l’oggetto in sé o il risultato grafico. Non è scontato che tutto ciò non possa ingenerare curiosità, ma, altresì, potrebbe essere una occasione mancata (e forse persa per sempre), per alimentare quella configurazione che serve alla crescita di una consapevolezza esistenziale sempre più profonda, ovvero di quella caratteristica che fa di un visitatore una persona alla ricerca dei motivi più significativi della propria vita. Li cercherà a vari livelli e, certamente, con diversissime modalità, ma definendo, comunque, il visitatore come colui che, innanzi tutto, cerca se stesso. Potrà ingenerare con quanto esposto un rapporto più o meno feticista, oppure specialistico-professionale, di tendenza, addirittura, o di noia, perché il campionato di calcio è fermo e la moglie smania e scalpita per le giornate di visita gratuita.
Da questo mese, dopo aver trattato i temi della sistematica e della valutazione del singolo sistema museale, dopo aver presentato il nostro progetto per l’autofinanziamento delle entità museali è la volta, anche con riferimento al tema dell’anno, che pone l’attenzione su come definire l’intelligenza museale, di presentare il nostro paradigma di interazione gestionale museale, iniziando proprio dalla capacità di analisi e dell’allineamento tra domanda ed offerta museale. Conoscere la propria offerta (aspetto incredibilmente e paradossalmente non secondario per un museo) e progettare dei processi di modulazione per renderla complementare e soddisfacente con il paradigma di domanda, generando, così, la possibilità di un dialogo continuo e crescente tra visitatore e museo, è per noi l’elemento fondante di ogni dinamica e di ogni attività museale.

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Il riferimento circa la conoscenza della propria offerta museale farà sicuramente trasalire qualche collega, a cui sembrerà inaudita tale affermazione, rivela, invece, una profonda realtà. Mi pare come di tornare indietro negli anni, in cui si affacciava in Italia il concetto di marketing, in realtà mai compreso nella sua vasta potenzialità didattica e sempre confuso, ahimè, non solo dal grande pubblico, ma anche dai molti che, in tale disciplina, si presentano come specialisti. Il marketing non è la pubblicità: sono due aspetti differenti. Il fatto che il primo al suo interno esprima concetti definiti come marketing della comunicazione, non significa che lo si possa confondere con la promozione. Siamo certi, pertanto, che esporre cultura, come facciamo e nelle modalità che osserviamo, sia veramente utile, alla collettività? Siamo certi che entrino nei nostri musei persone consapevoli di ciò che potremmo offrire loro? Se facciamo riferimento alla definizione della Associazione Marketing Association del 1985, che completava quella del 1960 (Il Marketing – Giorgio Pelliccelli – Utet 1988), spicca la funzione di “ascolto”, di “analisi” e di interpretazione del mercato, inteso come dimensione di rapporto tra esigenze e soddisfacimenti, nella teoria INFOGESTIONE il campo cognitivo:
(https://www.comunicazioniculturali.com/2026/03/campo-cognitivo/)
Tale rapporto nella nostra esperienza ormai consolidata si rivela sempre più ricco di aspetti illuminanti le caratteristiche del rapporto tra i soggetti di un ecosistema culturale. Ecco, come annunciato, che nei prossimi mesi proporremo una serie di dispositivi e di metodi atti a sviluppare la funzione di intercettazione e di analisi sia della offerta museale che della domanda. Alcuni, come la sperimentazione di un social media proprietario ed a pieno controllo, condotto da Network Museum People è già presente in homepage.
Non resta, ora, che dare conto di una apertura che forse a qualcuno sarà parsa quasi blasfema. Beh, tecnicamente non ci sarebbe nulla da eccepire. Dal punto di vista teologico ho citato aspetti così come la tradizione ecclesiale li sta tramandando. Perché, però, accostare il cuore del credo di un miliardo di persone (me compreso, cristiano di rito cattolico e tradizione romana) alla prassi museale? L’intento non era assolutamente denigratorio, se non altro per rispetto ad un vicenda che vede la sofferenza e la morte di un uomo.
Nel momento in cui sto scrivendo tutto il mondo è preoccupato delle tante guerre in atto: energia, inflazione, costi, instabilità di mercato, instabilità politica. Raramente sento riferimenti ad intere etnie, nazioni, collettività, gruppi di persone, come voi che state leggendo, che rischiano di sparire dalla faccia della terra, che sopportano da anni privazioni e morte. Siamo certi che anche noi del comparto cultural-educativo abbiamo fatto in tutti questi anni la nostra parte? L’umanità cosa sta cercando, oltre la stabilità dei mercati, quella politica, il freno all’inflazione, il contenimento dei costi, la libera fruizione energetica a prezzi ragionevoli? Siamo certi che la risposta ai problemi della nostra coabitazione planetaria, nel 2026, sia la violenza, che sta dilagando sempre più in ogni sua forma? Com’era quella frase che sosteneva che la “Bellezza salverà il mondo”, espressione contenuta ne “L’idiota” di Fëdor Dostoevskij, dietro la quale masse di imbecilli dalla pancia piena si sono riempiti la bocca, senza neppure averla letta, forse?
Allora, ditemi voi, cosa cercate, cosa cerchiamo, ora che siamo in balìa di tracotanti idioti, che a vari livelli hanno come missione la salvaguardia di egoismi e narcisismi dall’andamento frattale. Cosa ce ne facciamo della bellezza, se la vogliamo solo possedere, senza neppure sapere in cosa risieda, se non abbiamo capito nulla di quella frase.
Ditemi voi cosa cercate e cosa possono cercare nei nostri musei, nelle nostre conferenze, nei nostri vernissage, nelle nostre scuole, nelle nostre università, nelle nostre…miserie, se non siamo neppure in grado, per superbia ed ignoranza, di ascoltare se e cosa abbiamo qualcosa da condividere, se e cosa gli altri vogliano da noi.
Ditemi voi cosa cercate, se non solo l’amplificazione di interessi istintivi, egoisti e narcisisti tesi a differenziarci dalla massa, per mantenere un posto al sole.
Ditemi voi, cosa cercate, cosa cerchiamo, cosa possono cercare da noi, che abbiamo fallito, confondendo la bellezza con l’estetica, la condivisione con la popolarità, la verità con l’esistenza, la vita con la morte.
Cosa cercate?
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Title/Titolo: What do you seek?/Cosa cercate?
Section/Sezione: The cover/La copertina
Author/Autore: Gian Stefano Mandrino
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Code/Codice: INMNET2604101533MAN.A1
Last update/Ultimo aggiornamento: 10/04/2026
Online publication: 7th season, 10 April 2026/Pubblicazione in rete: 7° stagione, 10/04/2026
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Content source/Fonte contenuti: INFOGESTIONE – Network Museum
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