
La copertina
Infinito
di Gian Stefano Mandrino
La morte non è la negazione della vita, ma della nascita. La vita, pertanto, non avrebbe, semanticamente, il suo contrario. Non sarebbe un concetto binario, ma un processo.
È Novembre. Direte: “Bella scoperta!”. Risponderei: “Almeno queste mie copertine servono a qualcosa!”. Certo: è Novembre! Siamo nuovamente a Novembre. Eppure la maggior parte delle persone, me compreso, è convinta di parlare di tempo. È novembre e noi, rispetto alla posizione che occupavamo lo scorso anno nell’universo, per esempio, ci siamo spostati, a cavallo del nostro pianeta, di circa venti miliardi di chilometri. Non mi sembra che siamo nuovamente tornati a Novembre, a quel novembre dello scorso anno, o meglio al luogo, che noi, un anno fa, chiamavamo Novembre. Allora: dove siamo? Quando e quanto siamo? Ed ancora: siamo sicuri di essere?
È Novembre e, a detta del calendario, il secondo giorno di questo fantastico mese: il giorno dedicato alla commemorazione dei defunti, almeno per i cristiani. Per le culture pre-cristiane questo periodo dell’anno rappresentava il presentimento di una prossimità tra il regno dei cuori battenti e quello di quelli dissolti, che non si poteva più verificare per il resto della ciclicità annuale di natura. Già la “ciclicità”: chissà perché molti identificano tale manifestazione geometrica, vagamente e sinotticamente, al moto di rivoluzione del sole, che suscita lo scandire delle stagioni, aspetto, quello del loro alternarsi, che la nostra specie ha cercato più volte di proiettare in altre dimensioni ed su altre scale
Chi ha famigliarità con la liturgia cattolica, proprio oggi avrà sentito parlare più che dei morti, di una caratteristica presente nella nostra specie e che sembra ci contraddistingui: il desiderare vivere per sempre. Penso che chi, con un certo gusto per l’autolesionismo abbia resistito nella lettura, stia iniziando ad intravedere cosa c’entri la morte con i musei.
La morte, o meglio la sua causa, l’entropia dei sistemi, la legge delle leggi (almeno in questo sistema fisico), è quella contro cui tutti noi combattiamo costantemente: ad eccezione dei suicidi, in modo volontario o involontario. Ogni pensiero, ogni attività, ogni azione sono suscitati, per arginare il guasto dei guasti, il disordine dei disordini: la morte.
La nostra specie dalla notte dei tempi cerca di vincere questo confronto senza riuscirci, apparentemente. È questione di consapevolezza, per me, la ragione per cui la comprensione, la cultura e gli stessi musei esistono, anche se ancora acerbi nella loro espressione. La morte, come sino qui considerata, non è la negazione della vita, ma della nascita. La vita, pertanto, non avrebbe, semanticamente, il suo contrario. Non sarebbe un concetto binario, ma un processo.
Così il nostro smarrimento, la nostra paura, la nostra angoscia e per molti un vero e proprio panico (molto probabilmente il mio caso, quando mi troverò nella circostanza della mia dipartita: qualcuno mi ricordi questa copertina, per favore!) si è tramutata, da quando abbiamo realizzato, come specie, che anche noi “finivamo”, in sete di continuità, di perpetua esistenza, di infinito, come ci ricorda anche l’articolo 18 della Gaudium et Spes, di San Paolo VI, Papa Montini, che parla dell’uomo come essere proiettato verso l’infinito, inquieto, aperto, capace di trascendenza.
Torniamo, quindi, ai nostri amati musei: che relazione contraggono con la morte e con l’infinito? Intravedo, proprio in tali entità, e da sempre, una chiarissima analogia e testimonianza della nostra evoluzione culturale e della evoluzione della nostra consapevolezza: individuale, collettiva, di specie. Poniamo l’attenzione proprio sull’aspetto, sul lemma che ho scelto come titolo: l’infinito. Proviamo a pensare come possa vivere un museo l’infinito .
Si presentano due scenari: l’infinito come conservazione e perpetuo riferimento a testimonianze di quanto accaduto, di quanto prodotto, dove il tempo, entità che ammetto di non aver mai compreso (fosse solo quello!) la fa da padrone, scandendo i ritmi epistemologici, la narrazione museale, la stessa didattica.
Il secondo scenario, presente nelle culture orientali, per esempio, è considerato come capacità rigenerativa perenne, come un eracliteo divenire, che tende a permetterci di cogliere la nostra essenza nel contingente, nel presente, non in ciò che è stato, anche se riverbera ed è componente di noi, né nel futuro, un desiderio che nega, che allontana, che procrastina l’appuntamento con il “satori” della consapevolezza esistenziale.
Ai più attenti tra studiosi e frequentatori di ambienti museali non saranno di certo sfuggiti proprio questi due scenari, in cui si sta dividendo l’evoluzione museale, con relative, e forse perniciose, derive.
Uno degli aspetti più felici, anche se la sua deriva si chiama “protagonismo” e “relativismo”, consiste nel cercare, anche grazie alle politiche di inclusione, nel mettere al centro il visitatore, che in futuro, se vogliamo dare un futuro a chi fa museologia, vedrà evolvere il suo ruolo di mero spettatore.

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Le tecnologie ne fanno già un “fruitore”, quasi un consumatore di “emozioni” culturali: qui, però, si apre un altro delicato scenario di tipo didattico-pedagogico-museale, che non possiamo affrontare in questa sede.
Tra il mantenere tutto, secondo schemi vetero-feticisti e “gettare” tutto via, l’evoluzione museale sta trovando il compromesso di una specie di “rivoluzione copernicana”, identificando la persona e le sue esigenze come centro di riferimento prioritario. La mia statua equestre al British Museum sarà certamente bellissima, ma cosa servirà venerarla, se non si comprenderà il rapporto che ne deriverà con il bambino che la guarderà dal basso? (Per coloro di scarso senso umoristico, ovviamente, la questione della mia statua è una iperbole, una cosa per rendere questa copertina meno perniciosa per l’equilibrio psicofisico dei lettori).
Scherzi a parte, tornando alla questione dell’infinito, secondo gli scenari evolutivi attuali, avremo meno attenzioni visceral-feticiste verso capolavori eterni, consegnatici dal passato e più attenzione al processo di formazione continua, tesa alla consapevolezza di vario genere a beneficio del visitatore. Lo stesso concetto di formazione continua è sintomatico di una attitudine verso una visione antropologica di infinito: la vita come processo multidimesionale, “quantisticamente” intesa, per esempio, indagatrice ed esploratrice di una trascendenza possibile, perché insita in noi stessi e meno attendista. Ciò rientra nel solco di una evoluzione culturale e non che ci distinguerà sempre più da ciò che eravamo. Dal pensare al “quasi contatto tra due espressioni dimensionali” delle culture precristiane al cogliere nella spinta evolutiva la dimensione individuale e di specie verso una rigenerazione esistenziale dinamica, si delinea una trascendenza più consapevole, una frontiera realmente raggiungibile. Anche in questo caso i riferimenti teologici ritroverebbero nuova linfa e nuova opportunità di analisi e prospettiva, ma vi saranno altre sedi ed altre occasioni da dedicare all’argomento.
Una tra tante la progettazione, che da qualche anno ci sta impegnando, del “concept museum” del Museo della Morte di INFOGESTIONE (www.museodellamorte.com), uno spazio digitale e fisico pensato proprio per proporre, o forse riproporre, una dialettica sulla nostra comune frontiera, che chiamiamo “morte” al di qua del confine, “infinito” al di là del limite. Ho trovato buffo vedere come in questi giorni molte vetrine e molte persone esponessero simboli mortiferi, realizzare che i nostri palinsesti informativi, televisivi e cinematografici siano costituiti dalla morte e dalla violenza fine a se stessa quale ingrediente principale, mentre, quando presentiamo il nostro progetto del Museo della Morte, i più (soprattutto tra i maschietti, che ci procurano con il tatto prospettive urologiche) rimangano stupiti, come chi conosce qualcuno per sentito dire.
Vorrei chiudere questo mio intervento, ritornando al tema dell’anno, quello dell’intelligenza museale, indicando proprio come questo genere di argomenti, di dissertazioni e di inviti alla riflessione ed al confronto costituiscano ciò che noi indichiamo come funzione intellettiva museale. È forse la funzione principe, che potrà trovare un senso al servizio che i nostri simili cercano nel loro vagare browniano su questo pianeta.
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Title/Titolo: Infinity/Infinito
Section/Sezione: The cover/La copertina
Author/Autore: Gian Stefano Mandrino
Guest/Ospite: –
Code/Codice: INMNET2511021400MAN
Last update/Ultimo aggiornamento: 02/11/2025
Online publication: 7th season, 02 November 2025/Pubblicazione in rete: 7° stagione, 02/11/2025
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