Di necessità virtù: di cultura è necessario imparare a vivere!


di Gian Stefano Mandrino

Lorenzo Zelaschi, fotografo e storyteller
Bergamo, Torre dei Caduti, 16 marzo 2020, ore 12:35
Per gentile concessione di Lorenzo Zelaschi
http://www.zelaschiphotography.com/


“C’è una straordinaria connessione che pervade tutto ciò che esiste, nella quale l’illusione della separazione scompare, lasciando affiorare l’abbraccio mistico in cui tutti siamo immersi segretamente”.
(Lorenzo Zelaschi, fotografo e storyteller)

NM più che una pubblicazione scientifica sembra una lampadina dal contatto difettoso. Tra elezioni, adempimenti di legge e pandemie, mantenere attivi gli aggiornamenti, cercare di fare esprimere e dialogare i protagonisti della cultura museale e produrre editoria scientifica di settore è veramente difficile.

Eppure questa volta è una cosa veramente seria: per questo abbiamo deciso, sino ad ora, di optare per il silenzio assoluto. Innanzi tutto tale proposito è stato motivato per rispetto verso chi tanto ha sofferto, sta soffrendo e soffrirà per tutta una vita: non c’è altra risposta, altro commento, che il silenzio e la vicinanza di cuore. In secondo luogo per esempio civico. Troppe voci si rincorrono, troppi media esternano, troppe lingue articolano, troppe volte, cose, di cui non hanno neppure una vaga idea. Si sguazza in un pantano di polemiche inutili: un altro ottimo motivo per stare zitti ed ascoltare. Sì, ma ascoltare cosa? Le nostre orecchie ed i nostri occhi si sono affaticati nel vano tentativo di percepire una voce o una fonte unica, competente, autorevole, ma ne sono ancora orfani. Hanno trovato molto spesso una nauseante retorica “buonista”, tanta ipocrisia di circostanza, in ogni dove, ma ben poca lucidità. Eppure, silenzio, occorre silenzio! Come il vuoto delle strade è stata la sola arma di prevenzione a nostra disposizione, così il silenzio di tutti potrebbe, perlomeno, rendere meno difficile il lavoro di quei poveretti (con tutta la stima e l’affetto), che si sono trovati, con poco o nulla a disposizione, a sbrogliare le matasse di esistenze compromesse da una devastante malattia. Sono stati pure definiti “eroi”, termine, che suonerebbe canzonatorio, se non vi fosse il tragico epilogo di chi, rimasto a “danzare” da solo, ci ha pure rimesso la vita! Silenzio! Ci sarà e ci dovrà essere tempo pure per un poco di manzoniana giustizia, ma questo domani, “con fede migliore”, se un domani vi sarà.

Nell’attesa di quel “domani” abbiamo deciso di riprendere gli aggiornamenti di questo sito, ormai che il danno è fatto. Osservazione ed ascolto, però, saranno ancora più preziosi, per accompagnare colleghi e lettori, traguardando dalla nostra prospettiva di settore, nelle varie e scombinate “fasi” proposte da millanta soggetti. Se quei tanti individui fossero così prolifici nel trovare reali soluzioni, così come lo sono nel partecipare, assiduamente, a programmi televisivi inutili, se non dannosi, forse avremmo già debellato anche l’epidemia del coronavirus, che verrà.

Io che non so nulla e che, oltre a quel poco studiato sui libri, non vado, ho avuto, in questo penoso frangente, l’ulteriore prova che di cultura il nostro Paese non solo possa vivere, ma debba costituire il proprio futuro. Vi chiederete come possano risolvere questa incresciosa situazione le code davanti ai soliti musei o le decine di video “di circostanza” immessi a piene mani sulla rete? Se ritenete questo per cultura, siete già in errore. Le code, come molto del folklore culturale, non sono cultura, anzi, sono pessimo “management culturale”, di cui ogni direttore museale, degno di questo nome, dovrebbe vergognarsi. I video sono riprese sovente neppure accostabili lontanamente a produzioni didattiche e documentaristiche degne di tali nomi. Eppure noi di Infogestione – Network Museum sono anni che predichiamo la necessità per i musei di “munirsi” di un vero centro di produzione e di imparare a “raccontare con la luce e l’elettronica”! Ormai sono cose “pre-covid” ed è inutile piangere sul “latte macchiato”!

Torniamo, però, al nocciolo della questione e ripartiamo dalla definizione, che in Infogestione abbiamo coniato a proposito di cultura e di identità culturale, ovvero “la condivisione di strategie per la sopravvivenza”. In questo momento chiunque si è reso conto che su questo pianeta:
a) la nostra specie non è esente da nemici, anche se i peggiori siamo noi stessi;
b) una pandemia è solo uno degli eventi, che possono essere letali per tutti noi;
c) forse nessuno al modo sa esattamente cosa fare per risolvere i punti a) e b).
Questo, alla luce della nostra definizione, è mancanza di cultura! Questo è ciò che un paese come il nostro dovrebbe e potrebbe, come rara e privilegiata alternativa, fare. Produrre intelligenza ed esportarla. Trovare soluzioni esistenziali e di convivenza per tutti. Altro che industria 4.0!

Tutto il mondo sta sperimentando l’ignoranza, l’impotenza, la povertà, ad eccezione di chi (forse la maggior parte) povero lo è sempre stato. Nulla sarà più come prima? Non sono certo io che potrò essere indovino in tal senso. So però, e mi sembra sia sotto gli occhi di tutti, che il pianeta ha estrema necessità di qualcuno che lo elegga a centro di una reale rivoluzione copernicana. Sotto questa prospettiva si comprende bene come le varie emergenze (sanitaria, ecologica, economica, energetica e sociale) debbano essere affrontate con metodo e con una visione veramente globale. Addirittura la nostra Unione Europea, così inutilmente invadente, non ha senso se fine a se stessa, o meglio, se finalizzata solo per il beneficio esclusivo di un mondo speculativo – finanziario. Per superare questa situazione di pericoloso stallo globale occorre cultura, intesa come intelligenza condivisa. Occorrerà tempo, fatica e qualche generazione sacrificata su questo altare!

Nulla sarà più come prima, perché non potrà più essere come prima, se non vogliamo fare la fine di quei tanti miti d’estinzione, a cui sovente si fa riferimento (Isola di Pasqua docet). Occorre smettere di speculare, di saccheggiare, di sporcare, di uccidere. Occorre la condivisone di nuove strategie, che qualcuno deve iniziare a studiare, a sperimentare ed a proporre, partendo proprio dai problemi e dagli esempi, che abbiamo sotto gli occhi e che, per la prima volta, stanno accomunando tutto il genere umano come un solo popolo, un unico corpo.
Centri di ricerca, scuole, università, musei, enti per la comunicazione, dovranno essere chiamati a fare la loro parte, questa volta non più accessoria, di secondo piano o funzionale a chissà quale altra geometria sociale. Saranno tempi durissimi, ma l’intelligenza è l’unica arma della nostra specie. I cercatori, i progettisti ed i produttori di cultura avranno la possibilità, l’onore, l’onere e l’opportunità di “sporcarsi le mani”, per pensare, formare, dialogare, mediare e condividere su dove si voglia portare l’umanità intera. Ora non è più solo il tempo dei “come”, dello stupore barocco davanti a cose, che non si comprendono, ma che la maggioranza di pochi “chi” (che non coincide obbligatoriamente con la verità) concede che possano essere degne di attenzione. Ora è il tempo dei “perché”, è il tempo di decidere una via d’esodo, di sbloccare il bloccasterzo, che ci fa vagare come idioti nel Sinai della nostra cecità!

Uno spunto o forse addirittura un esempio arriva dal Massachusetts Institute of Technology (Mit). Citando letteralmente la fonte “… Hanno trovato un modo per ascoltarlo (il COVID19 n.d.r.), traducendo in note musicali la struttura della sua famosa proteina spike, cioè l’artiglio che sporge dalla superficie del virus SarsCov2 e lo aiuta ad agganciarsi alle cellule. Il risultato, pubblicato sul sito della rivista Science, è un concerto per flauti e strumenti a corde che non è solo una curiosità: è un modo nuovo e forse più rapido per trovare il tallone d’Achille della proteina e neutralizzarla.
I suoni, da quello dei flauti a quelli degli strumenti a corde, rappresentano aspetti diversi della proteina spike. Per tradurla in musica i ricercatori hanno assegnato una nota a ciascun amminoacido della proteina, ottenendo in questo modo una partitura musicale che è stata eseguita da strumenti scelti dagli studiosi del Mit.
Il formato musicale della proteina potrebbe aiutare a individuare nella sua struttura siti ai quali potrebbero legarsi futuri farmaci, semplicemente cercando sequenze musicali specifiche che corrispondono ad essi. Questo, rilevano i ricercatori, è un metodo più veloce e intuitivo rispetto a quelli tradizionalmente utilizzati per studiare le proteine. Inoltre, confrontando la sequenza musicale della proteina spike con un ampia banca dati di altre proteine tradotte in musica, un giorno potrebbe essere possibile trovarne una che si attacchi a spike, impedendo al virus di aggredire le cellule umane

(Fonte: ANSA – https://www.ansa.it/)

Ora è tempo di fare prendere aria a cose e cervelli. Ora è tempo di aprire gli scrigni, comprendere e fare comprendere il senso di tanta eredità culturale, umanistica, artistica e scientifica. Ora è tempo di mischiare gli ingredienti, per scoprire il sapore della ricetta. Ora non resta che fare di necessità virtù, capire il senso del fare cultura, per Cultura diventare! Davvero!


Lorenzo Zelaschi

A proposito dell’immagine di copertina…
Lorenzo Zelaschi è un fotografo e storyteller freelance, con un lungo lavoro da graphic designer e videomaker alle spalle. Nato a Bergamo nel 1985, dopo il liceo artistico e la Scuola d’Arte si è laureato presso la NABA, Nuova Accademia di Belle Arti di Milano.
Realizza reportage in cui immagini e testo s’intrecciano. Il suo percorso creativo gli permette di fornire materiali fotografici, letterari e giornalistici…

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Titolo: “Di necessità virtù: di cultura è necessario imparare a vivere!”
Sezione: “La copertina”
Autore: Gian Stefano Mandrino
Codice: INET2004211530MAN/A1
Ultimo aggiornamento: 22/04/2020
Pubblicazione in rete: 3° edizione, 22/04/2020

Proprietà intellettuale: INFOGESTIONE s.a.s
Fonte contenuti: INFOGESTIONE – NETWORK MUSEUM
Fonte immagine: Lorenzo Zelaschi, fotografo e storyteller
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